Anche l’Egitto insorge. Mubarak rassegna le dimissioni

egitto in rivoltaDopo la Tunisia, anche l’Egitto si solleva. Sull’onda delle proteste che stanno infiammando tutto il mondo arabo, anche il popolo egiziano trova la forza di dire basta, costringendo il presidente Hosni Mubarak, dopo un mese di manifestazioni e scontri, alle dimissioni. Cala così il sipario sul regime trentennale del rais, ritenuto dalle potenze occidentali l’ago della bilancia nello scacchiere mediorientale, la pedina “moderata” in un mosaico sempre potenzialmente esplosivo.
La scintilla della rivolta risale al 17 gennaio, quando al Cairo un uomo si dà fuoco, sulla scia di quanto accaduto in Tunisia al venditore ambulante Mohamed Bouazizi, divenuto simbolo della contestazione tunisina. Il 20 gennaio anche due operai si danno alle fiamme per protestare contro un trasferimento forzoso. I motivi della protesta sono simili a quelli della vicina Tunisia: carenza di lavoro, crisi economica, corruzione dilagante ed eccesso nel ricorso a misure repressive, ‘giustificate’ da uno stato d’emergenza prorogato e mai revocato da ben 30 anni, dall’assassinio del presidente Anwar al-Sadat per mano di estremisti islamici (1981). Una crisi fittizia che da allora ha conferito allo stato poteri speciali, assegnando alla polizia la facoltà di attuare arresti per periodi illimitati e permettendo il ricorso ai tribunali speciali: da qui, il ruolo insignificante di magistratura e parlamento, di fatto sottoposti al potere assoluto del regime di Mubarak.
La protesta esordisce ufficialmente il 25 gennaio, quando venticinquemila manifestanti scendono in piazza, a Il Cairo, per chiedere riforme politiche e sociali; una manifestazione che si trasforma in scontro aperto con le forze dell’ordine, con tumulti che lasciano sul terreno quattro vittime. Lo stesso giorno i principali social network, tra cui Twitter e Facebook, appaiono oscurati, probabilmente per evitare che le notizie in diretta sulle proteste nel paese facciano il giro del mondo.
Decine di migliaia di persone il 29 gennaio scendono in strada per chiedere che Mubarak abbandoni il potere, il giorno dopo che lo stesso presidente aveva gridato al complotto in diretta televisiva. Il numero uno egiziano, quindi, non molla l’osso, sebbene l’opinione pubblica internazionale si faccia sempre più pressante, con inviti a lasciare il potere anche da alleati storici come gli Stati Uniti. A nulla servirà sciogliere il governo e nominare come vice l’ex capo dell’intelligence, Omar Suleiman, perché gli scontri tra i sostenitori del rais e i manifestanti, sfociati nell’occupazione di piazza Tahrir di inizio febbraio, non accennano a placarsi.
Il 5 febbraio il primo spiraglio: si dimette l’esecutivo del Partito nazionale democratico e iniziano così le trattative tra il governo di Suleiman e i movimenti di protesta. Il destino del rais è ormai segnato: l’11 febbraio il vice presidente annuncia le dimissioni di Mubarak e migliaia di persone si riversano nelle strade della capitale per festeggiare la sua caduta. Il potere viene lasciato nelle mani di una giunta militare, presieduta dal feldmaresciallo Mohamed Hussein Tantawi, in attesa che venga emendata la costituzione e che venga predisposta la convocazione di prossime elezioni presidenziali. Nella speranza che dalle ceneri della rivoluzione nasca un Egitto migliore.

Commenta

Michael Vittori
Michael Vittori

Consulente SEO-SEM Specialist, Copywriter, Web Marketer, Esperto Facebook Ads e Giornalista Pubblicista.

Comments are closed.