Gli imprenditori stranieri sconfiggono la crisi

mar 01, 2010   No Comments

Alla faccia della crisi. Un segnale di speranza nel pessimismo e grigiore generale arriva da chi meno te l’aspetti e, purtroppo, sovente è inviso. Viene dagli imprenditori immigrati. Sì, avete capito bene, da tutti quegli stranieri che, pur in mezzo a mille difficoltà, hanno avviato con coraggio e successo un’impresa nel nostro paese. Sono tanti, in costante aumento, e paiono più forti della crisi, probabilmente perchè abituati ad esperienze peggiori. Ma qual è l‘identikit dell’imprenditore straniero? Giovane, istruito, ambizioso e dotato di grande volontà e forza d’animo. Sparsi da Nord a Sud, i 240mila titolari d’azienda stranieri registrati a Unioncamere rivolgono principalmente la propria attività verso la comunità di appartenenza o comunque verso gli immigrati: phone center, internet point, cambiavalute, discoteche riservate alle comunità e minimarket.

Il ballerino cubano Mario Quintin, uno dei tanti imprenditori stranieri di successo del nostro paese

Facce da imprenditore- Uno di questi è Adrian Nichifor, ex calciatore; a Roma, vicino alla stazione Tiburtina, ha aperto “la Strada”, primo centro commerciale romeno. Qui  la folta comunità della capitale può trovare davvero di tutto: dal supermercato con prodotti tipici all’agenzia di viaggi, dal servizio trasporti al negozio per gli sposi, che offre anche gli abiti da sposa tradizionali cuciti in patria e finora introvabili in Italia. Non solo “imprese etniche”. L’ivoriano Kone Pegaboh Abel ha aperto Konekon, azienda specializzata nella lavorazione del ferro, di inferriate, cancelli, ringhiere. Un capolavoro di dedizione e caparbietà, come si evince dal suo passato in terra italica: parcheggiatore e assistente per gli anziani in quel di Palermo prima del trasferimento a Forlì, dove frequenta un corso di specializzazione per saldatore. Ora Kone dà lavoro a sette dipendenti, due italiani, due polacchi, un algerino, un egiziano e un burkinabè: la sua “piccola ONU”, come ama definirla. Sono numerosissime, invece, le imprese edili dirette da imprenditori albanesi, giunti negli anni ’90 e messisi in proprio dopo anni di gavetta. Il business del momento è scovare case abbandonate da comprare a prezzi stracciati, per ristrutturarle e rivenderle al miglior offerente. Con ricadute positive anche sul paesaggio urbano: nei Castelli Romani, ad esempio, centri storici suggestivi ma lasciati un pò a se stessi hanno ripreso vita e colore. A proposito di colori, sono quelli con cui Xu Qiu Lin, titolare di un’azienda di abbigliamento in pelle a Prato, ha fatto la sua fortuna. Il giovane impresario cinese può affermare orgoglioso che i suoi capi hanno il marchio “made in Italy”. Ha invece sfondato nel campo del lusso, o alto artigianato che dir si voglia, la giovane stilista romena Elena Cristina Toma. Ha accumulato sei anni d’esperienza nella prestigiosa maison Krizia, poi ha avvertito il bisogno di dar sfogo alla sua creatività, dando vita ad una linea tutta sua di accessori al femminile, comprendente scarpe e cinture. Lo stile e la manifattura sono rigorosamente made in Italy, ma i riferimenti alla Romania e ai colori delle sue montagne influenzano Cristina in ogni ‘opera’. C’è chi invece regala sorrisi, forma fisica e abilità nel ballo. E’ Mario Quintin, ballerino e coreografo cubano di 42 anni. Nonostante un curriculum invidiabile, (dieci anni d’esperienza a Cuba, un corso di danza classica nell’ex Urss, tournèe in giro per l’Europa), al suo arrivo in Italia incontrò diverse difficoltà. Poi, però, è cambiato tutto con il boom dei balli caraibici, ed oggi Quintin dirige “l’Accademia della Rumba”, oltre ad organizzare eventi e festival con la finalità di promuovere la cultura cubana.

4 mln di lavoratori in meno entro il 2030- Insomma, come spiega Barbara Ghiringhelli, sociologa e curatrice del recente “Accogliere gli immigrati – Testimonianze di inclusione socio-economica”, (Ghiringhelli B.,Marelli S., Ordinabile su IBS) saggio sull’integrazione degli immigrati in Italia, “stiamo assistendo a un passaggio importante. Con il passare degli anni, alla tradizionale imprenditoria etnica, autoreferenziale, si sta sostituendo un concetto di impresa in senso globale, orientato verso una clientela prettamente italiana e, perché no, anche al mercato estero. Gli imprenditori stranieri di maggior successo sono quelli che vivono da più anni in Italia: hanno imparato a muoversi in un terreno scivoloso come il nostro, si sono adeguati e ora vogliono spiccare il volo“. Ben venga questo volo, dato che, secondo l’Istat, entro il 2030 l’Italia dovrebbe perdere oltre 4 milioni di persone in età lavorativa (tra i 20 e i 64 anni). Perdita compensata esclusivamente dai tre milioni di stranieri in più nella stessa fascia demografica. Bloccare questo processo sarebbe decisamente controproducente.

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