Inseguendo il sogno di Mao

La grande statua di Mao campeggia al centro del paese

Nella Cina delle grandi contraddizioni e dell’inesorabile corsa verso il capitalismo, c’è ancora chi inizia le sue giornate marciando sulle note dell’Oriente Rosso, il celebre inno maiosta. Ancora oggi, anno domini 2009, la grande statua del rivoluzionario circondata dagli sguardi attenti e compiacenti di Marx, Engels, Lenin e Stalin, teorici, padri e fautori del comunismo, è il perno attorno a cui ruota la vita di Nanjiecun, piccolo borgo cinese della provincia settentrionale dello Henan. Un villaggio di tremila anime che si beffa del corso dei tempi e prosegue spedita verso il sogno di quelle “icone rosse” campeggianti sui maxi ritratti della piazza centrale: il comunismo reale.

Isola rossa– Nanjiecun è infatti un’isola maoista, collettivizzata, nel mare della Cina contemporanea, sempre più protesa verso occidente. Un’isola il cui sistema di welfare è così totale ed efficiente da far invidia alla più moderna socialdemocrazia occidentale. Basti pensare che le spese annuali dell’amministrazione locale ammontano a ben 15 milioni di yuan (1,5 milioni di euro circa). Amministrazione che non fa mancare davvero nulla ai suoi cittadini; dalla culla alla tomba tutte le loro spese sono coperte: istruzione (fino all’università), cure mediche (negli ospedali di tutta la regione), alloggi, luce, gas, acqua e persino la cremazione. Certo, c’è sempre un rovescio della medaglia, in questo caso i salari pressochè irrisori: ogni lavoratore percepisce 250 yuan al mese (30 euro circa), ma gode di una serie di benefici altrove inimmaginabili. Esemplare quanto successo nel 1993, quando i vecchi edifici trasandati di un solo piano furono abbattuti, e i loro ex abitanti trasferiti in moderni condomini costruiti appositamente per ospitare l’intera comunità indigena. Vantaggi di cui soltanto gli autoctoni possono usufruire. Gli ottomila lavoratori migranti si devono infatti ‘accontentare’ di vitto e alloggio gratuiti, a fronte però di salari più alti (intorno agli 800 yuan al mese).

Ritorno al passato– Ma come si è arrivati a questo punto? Le riforme economiche degli anni ’80 a cui ha assistito tutta la Cina furono improvvisamente bloccate dalla leadership locale, che optò per un deciso dietrofront. Dal 1984 le imprese furono nuovamente collettivizzate, e tra il 1986 e il 1990 tutti i terreni tornarono sotto il controllo della collettività. Un salto nel passato condotto in porto da Wang Hongbin, figura carismatica che da oltre trent’anni ricopre la carica di segretario di partito del villaggio. Fu lui che, all’epoca, convinse i compaesani a stabilire le prime imprese collettive, esaltando i vantaggi del modello di vita comunitario proprio nella congiuntura storica in cui il resto della nazione si accingeva a percorrere una via differente. E così dalla seconda metà degli anni ’80, gli abitanti di Nanjiecun hanno avviato la gestione collettiva di una serie di fabbriche, la più famosa delle quali rimane quella che produce i fangbianmian, gli spaghetti istantanei venduti in tutta la Cina, pranzo quotidiano di milioni di persone. I proventi delle imprese, sopravvissute ad un decennio di perdite grazie ai generosi finanziamenti delle banche statali, hanno sovvenzionato il welfare locale. Favoritismi che hanno scatenato un misto di invidia e indignazione negli abitanti delle realtà rurali circostanti, tuttora immerse nella povertà e nel degrado. Anche se, da qualche anno a questa parte, l’era dei prestiti facili si è conclusa e la fama del “villaggio maoista” ha aiutato enormemente a sviluppare l’industria turistica dell’intera zona (le statistiche ufficiali parlano di 300-400mila turisti l’anno transitanti per l’area), sono in molti a ritenere ingiusto il trattamento di favore che Nanjiecun ha sempre ricevuto dalle banche e dai governi provinciale e centrale.

Grigiore– Ovviamente, non è tutto oro quel che luccica. Esattamente come nella Cina di trent’anni fa, al di fuori del lavoro la vita scorre monotona: non solo non esistono pub, karaoke, sale da massaggio – divertimenti considerati moralmente dannosi per la salute spirituale delle masse – ma anche i ristoranti si contano sulle dita di una mano. Con il buio le strade si svuotano, e ai giovani del posto non rimane che ciondolare per i parchi in piccoli gruppi, oppure concedersi qualche partita a ping pong in una sala da gioco. Piccoli sacrifici sull’altare dell’obiettivo finale, la realizzazione della vera “comunità comunista”. “Entro tre anni creeremo una mensa comune -annuncia il deus ex machina Wang Hongbin- in cui tutti potranno mangiare gratis. Entro dieci anni tutti gli oggetti quotidiani saranno disponibili, senza spesa, in apposite stazioni di rifornimento. Questo sarà il passo finale verso l’instaurazione del comunismo reale. Allora le masse saranno ricche al punto da non aver bisogno di mettere da parte un solo yuan”. Parole già sentite quattro anni fa che ancora non hanno avuto un riscontro concreto. Ma Nanjiecun, così come le altre ‘comunità rosse’ Huaxicun, Qizhongcun e Daqiuzhuang, continua imperterrita ad inseguire il sogno di Mao.

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Michael Vittori
Michael Vittori

Consulente SEO-SEM Specialist, Copywriter, Web Marketer, Esperto Facebook Ads e Giornalista Pubblicista.

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