La Francia dice no al burqa. L’Italia? Tentenna

In Francia una commissione parlamentare ha approvato una risoluzione di condanna dell’uso del burqa. Presto, dunque, il velo integrale che copre interamente il volto delle donne islamiche verrà bandito in tutti i luoghi pubblici: scuole, ospedali, trasporti e uffici statali. Il rapporto specifica anche i motivi di tale divieto: burqa e niqab “offendono i valori della repubblica francese” e della dignità delle donne. La scelta del paese transalpino, infatti, non risponde ai principi della cultura europea e della civiltà cristiana, come qualcuno potrebbe pensare, bensì è perfettamente coerente con la secolare tradizione repubblicana e della rivoluzione francese che da sempre bandisce i simboli religiosi. La cittadinanza è l’unico spazio pubblico, le religioni sono un fatto privato. La scelta di Sarkozy non è una svolta ma una conferma, si riannoda alla tradizione laicista francese, comune a sinistra e destra. Anche Chirac, nel recente passato, aveva scelto la strada del ‘disarmo’ bilaterale dei simboli cristiani e dei simboli islamici, e di ogni altra religione.
Mentre Olanda e Danimarca stanno pensando di seguire l’esempio di Parigi, l’argomento torna d’attualità anche in Italia. Le opinioni sono al solito divergenti e bipartisan. Il ministro per le Pari Opportunità Carfagna è da sempre favorevole al divieto di indossare il burqa, dato che “non è un simbolo religioso, bensì un atto di sopraffazione dell’uomo sulla donna”. Sulla stessa linea d’onda Udc e Lega, che fanno leva sulla questione sicurezza. Tante le proposte già all’esame del Parlamento, tra cui quella di Souad Sbai, presidente dell’Associazione “donne marocchine in Italia” e deputata Pdl, spalleggiata persino dagli “intellettuali musulmani” di Ahmad Gianpiero Vincenzo, che definisce la decisione di proibire il velo integrale nei luoghi pubblici “perfettamente compatibile con l’Islam”. Di parere opposto, invece, il ministro Frattini, contrario ad “una pura e semplice proibizione per legge, a meno che non sia inserita in un discorso più ampio di integrazione”. La fazione contraria sostiene che vietare il burqa, e non la sua imposizione, sia una violazione dei diritti della persona e finirebbe per ledere il principio di libertà religiosa con l’Islam. Il finiano Fabio Granata, invece, definisce quello del velo integrale un falso problema perché riguarda “un numero irrisorio” di persone e perché non si può intervenire con una legge per risolvere una questione di “natura culturale”.
Certo, son ben poche le donne bardate con il burqa lungo lo Stivale. Ma la questione non può essere ridotta ad un problema di numeri. C’è in ballo la definizione stessa delle regole di convivenza civile che vogliamo stabilire nel nostro paese. Vogliamo avvallare la cancellazione della soggettività femminile e calpestare la nostra legislazione in nome di una tradizione di alcuni paesi, per altro estremista? Perché di tale si tratta, le norme coraniche impongono solamente il velo. Non c’è nemmeno bisogno di una legge specifica, basterebbe applicare una norma presente dal 1975: ogni persona dev’essere identificabile. Non ci si può barricare integralmente, coprendo il volto. Sia esso tramite un passamontagna o un velo integrale. No al burqa, insomma, ma sì al chador o affini, che non offendono la nostra costituzione. In uno stato laico e democratico, la libertà di culto e costumi va garantita e tutelata, non scordiamocelo. Allora perché osteggiare la costruzione di moschee? A patto, ovviamente, che siano trasparenti, cioè controllabili, affinché non diventino covi di cellule terroristiche. Siamo noi i primi a dover dire ‘no’ a crociate o assurde guerre di religione. Il punto è sempre lo stesso: il rispetto delle nostre leggi, delle nostre tradizioni civili e religiose. Soltanto così vivremo in una comunità aperta allo spazio multiculturale, rispettosa delle identità e delle differenze, a partire dalle sue radici. Chi invoca a gran voce la cassazione totale dei simboli islamici, magari attaccandosi alla scelta di Sarkozy, non si rende conto che l’atto seguente è la cancellazione dei simboli nostrani e cristiani, come coerentemente fanno in Francia. Altrimenti, discrimineremmo i musulmani.
Pensiamoci bene, dunque. Vogliamo un laicismo assoluto di stampo transalpino con la totale assenza di simboli religiosi? Oppure una società che si riconosca nel nucleo centrale della propria civiltà, attorniata da una libera costellazione di tradizioni minoritarie e di scelte individuali? La scelta spetta alla nostra classe politica, ma in primis a noi stessi.
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Michael Vittori
Michael Vittori

Consulente SEO-SEM Specialist, Copywriter, Web Marketer, Esperto Facebook Ads e Giornalista Pubblicista.

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