La Libia ‘concede’ lavoro e residenza ai rifugiati eritrei. Ma in ballo c’è una rischiosa identificazione

Libertà in cambio di residenza e lavoro. E’ questa la condizione posta dal governo libico –sottoforma di accordo firmato dal ministro della Pubblica Sicurezza, il generale Younis Al Obeidi, con il ministro del Lavoro- ai 250 rifugiati eritrei detenuti da otto giorni in condizioni disumane nel carcere di Braq nei pressi di Saba. Gheddafi ha dunque ceduto alle pressioni del governo italiano, “incaricato” nei giorni scorsi dal Consiglio d’Europa di trovare una soluzione alla questione dei profughi eritrei.
Il 2 luglio scorso, infatti, il commissario europeo ai diritti umani Thomas Hammarberg ha inviato ai ministri Frattini e Maroni una lettera in cui denunciava i maltrattamenti inflitti dalla polizia libica ai rifugiati durante il trasferimento da un campo di detenzione all’altro, chiedendo al nostro paese di far luce sulla vicenda alla luce dei buoni rapporti tra Roma e Tripoli. Questo anche perché la Libia ha da tempo di fatto ‘cacciato’ l’Unhcr (l’organismo Onu per i rifugiati) dal proprio territorio. Inoltre, tra i 250 detenuti vi sarebbero anche dei richiedenti asilo, nonché persone che sono state rispedite in Libia dopo essere state intercettate in mare mentre cercavano di raggiungere l’Italia. Pronta l’azione diplomatica dei due ministri che ha portato all’inserimento’ degli immigrati, ai quali Tripoli offre “una vita dignitosa e un lavoro socialmente utile”. Ma ad una condizione: sottoporsi ad identificazione da parte dell’ambasciata eritrea.
Il nodo della questione rimane dunque irrisolto. Per ora, infatti, nessun rifugiato ha accettato il compromesso. Per un semplice motivo: “l’identificazione da parte dell’ambasciata eritrea –spiega il presidente del Consiglio italiano per i rifugiati, Cristopher Hein– espone i rifugiati al rischio di ritorsioni violente sia nei loro confronti che dei loro familiari rimasti in patria”. L’improponibile scelta è tra lo scarceramento a costo della sicurezza dei propri cari, o la permanenza dietro le sbarre. Un vero e proprio ricatto a cui si può porre fine soltanto “accogliendo nel nostro paese questi rifugiati –prosegue Hein– anche perché molti di loro sono profughi respinti nell’estate del 2009 dalla Marina italiana e condotti in Libia senza che gli fossero fatte domande sulla loro provenienza e, quindi, senza che venisse accertato il loro diritto a chiedere asilo politico”.
Di ben altro avviso Maroni e Frattini, che respingono al mittente le accuse di qualsivoglia responsabilità italiana nella questione dei rifugiati trattenuti in Libia e denunciano “il totale disinteresse mostrato dall’Europa”. E, insieme al sottosegretario agli Esteri Stefania Craxi, esprimono soddisfazione per il comunicato emesso da Tripoli. “Il comunicato del ministero libico che si dice disponibile ad accogliere 400 cittadini eritrei è un fatto molto positivo –afferma la Craxi – Tra queste persone il numero di coloro che hanno accettato di firmare il documento di identificazione, che ieri era di circa 140 persone, sta salendo di ora in ora”. In riferimento alle dichiarazioni di Hein, il sottosegretario afferma di non capire “di quale rischio si parli di fronte al numero crescente di eritrei che si fanno identificare”.
Ma dal deserto del Sahara arriva un altro SOS da parte dei profughi, che hanno richiesto all’Italia e all’Europa di essere inseriti in un programma di “resettlement” per rifugiati politici. Il calvario dei cittadini eritrei, in continua e disperata fuga dall’ennesima guerra sanguinosa, continua. Così com’è già successo nel recente passato. E la sensazione è che la parola fine sia ancora lungi dall’essere scritta su questa delicata vicenda.
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Michael Vittori
Michael Vittori

Consulente SEO-SEM Specialist, Copywriter, Web Marketer, Esperto Facebook Ads e Giornalista Pubblicista.

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