Afghanistan, ora o mai più

Siamo alla resa dei conti. Dopo nove anni di combattimenti, mille soldati americani e migliaia di civili morti, (pochi) successi e (molti) insuccessi, la guerra in Afghanistan è a un punto di svolta. La coalizione della Nato guidata dagli Stati Uniti sferrerà a breve l’attacco decisivo a Kandahar, roccaforte di Al Qaeda nella provincia dell’Helmand e simbolo della resistenza talebana. L’operazione Khanjar (“colpo di spada”), partita un anno fa, è pronta a risolvere definitivamente la questione afghana e a dar un senso a questa guerra infinita. Proprio per questo Barack Obama ha inviato pochi mesi fa 30mila nuovi soldati, in barba al Nobel per la Pace ricevuto lo scorso dicembre. Una scelta contestatissima dai suoi sostenitori, in controtendenza con la sua linea politica, coraggiosa e per molti avventata, perché una sconfitta rappresenterebbe una sorta di nuovo Vietnam in quella che è divenuta ormai una delle campagne più lunghe e logoranti della storia americana. E probabilmente comprometterebbe pure l’eventuale rielezione del primo afroamericano giunto a furor di popolo alla Casa Bianca: da McGovern in poi, nessun presidente liberal è ‘sopravvissuto’ ad un ko bellico.
Per altro, l’operazione Khanjar è partita nel peggiore dei modi. Chi l’aveva voluta, il generale stratega McChrystal, è stato silurato per le ‘scomode’ dichiarazioni rilasciate alla rivista Rolling Stone. Un tassello che va ad aggiungersi ad un panorama ben poco confortante: dopo quattro anni di inutili combattimenti, ormai da mesi la Nato sta perdendo posizioni nell’est del paese, nei pressi del confine con il Pakistan. Non a caso, il presidente afghano Hamid Karzai ha avviato trattative con l’Isi, il servizio di sicurezza pachistano storicamente vicino ad Al Qaeda. Con il beneplacito dell’assemblea della Jirga, l’organo dei rappresentanti tribali, ha contattato i capi ribelli, persino quelli responsabili di attentati suicidi come Sirajuddin Haqqani. Escludendo però dal processo decisionale i leader di etnia non pashtun, che hanno prontamente minacciato lo scoppio di una guerra civile in caso di accordo con i talebani.
E’ proprio attorno alla questione etnica che si è giocata gran parte della partita nell’Helmand. L’area più critica del paese è infatti a maggioranza pashtun, l’etnia predominante in Afghanistan, la stessa dei talebani, dell’Isi e di Karzai. Qui vi hanno prosperato i ribelli, dediti alla coltivazione e vendita dell’oppio, materia prima del 90% dell’eroina circolante in tutto il mercato mondiale. L’Helmand è governato dal fratello del presidente, Ahmed Wali Karzai, accusato dalla stampa statunitense di essere il burattinaio di questo gigantesco impero della droga. Logico allora fare il classico uno più uno: i taliban hanno fatto il bello e cattivo tempo per anni soltanto grazie a questa parentela ‘importante’ e all’immobilismo di una Nato che non ha voluto ‘disturbare’ Karzai, rendendo inutile qualsiasi sforzo bellico. Non che la situazione nel resto del paese sia idilliaca. Elezioni a parte, lo scenario non è cambiato di una virgola: le bambine non vanno a scuola, le spose schiave sono sempre di più, la violenza sessuale all’interno della famiglia è stata legittimata dal Parlamento.
Se la guerra in Afghanistan doveva portare democrazia e debellare il terrorismo, beh, entrambi gli obiettivi sono miseramente naufragati sotto gli occhi di tutti. Nemmeno la scusa della guerra commerciale, dei tremila miliardi di risorse nascoste nel sottosuolo afghano, regge più di fronte all’opinione pubblica americana. L’operazione Khanjar, che per ora ha portato soltanto un escalation di violenze ad opera dei taliban, rappresenta l’estremo e disperato colpo di coda. L’ultima chanche per trasformare il Vietnam del nuovo millennio in un nuovo D-Day in tono minore.
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Michael Vittori
Michael Vittori

Consulente SEO-SEM Specialist, Copywriter, Web Marketer, Esperto Facebook Ads e Giornalista Pubblicista.

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