Guerra tra poveri a Rosarno

Gli africani di Rosarno tra rabbia e rassegnazione

La rivolta, la caccia all’immigrato, l’inevitabile fuga. Rosarno, piccolo centro della Calabria, si è trasformato per tre giorni (7-8-9 gennaio) in un vero e proprio inferno. Nella piana di Gioia Tauro, terra ostaggio della ‘ndrangheta, si è consumata una guerriglia urbana tra immigrati e italiani: prima la ribellione degli stranieri, poi la reazione degli autoctoni. Uno scontro violentissimo che ha il suo ‘casus belli’ in una bravata di alcuni giovinastri locali –forse legati ad ambienti mafiosi-, ma che affonda le radici in un dramma sociale che dura da anni, probabilmente più di un decennio.

I nuovi schiavi- La causa scatenante gli scontri – l’aggressione a due immigrati a colpi di fucile a compressione- è infatti soltanto la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. La miccia che ha innescato come una polveriera la rabbia degli stranieri di Rosarno. Un popolo di nomadi diseredati che vaga da un quindicennio per tutto il Meridione d’Italia, seguendo il corso delle stagioni: raccolgono agrumi, olive, uva, pomodoro, prestando la loro manodopera in un settore, l’agricoltura, in cui nessun italiano vuole più lavorare. Sgobbano dall’alba al tramonto (tra le 12 e 15 ore) per la miseria di 20 euro giornaliere, di cui cinque vanno al caporale e tre al camionista che li porta ai campi. E’ il pizzo che pagano alle ‘ndrine, ai mafiosi con la lupara camuffati da contadini che li costringono a lavorare in nero, a prescindere dal loro status di regolare o clandestino. A Rosarno e nella piana, infatti, comandano loro, lo Stato non esiste: nel 2008 il comune è stato sciolto per infiltrazioni mafiose, e da allora l’amministrazione è affidata ad un commissario prefettizio. Le stime parlano di 1500 giovani schiavi –si può forse chiamarli in altro modo?- provenienti da Sudan, Costa d’Avorio, Marocco e Ghana, in mano alla mafia. Migliaia di disperati, lontani dalle proprie donne e famiglie (sono tutti uomini), che non hanno nulla, nemmeno la dignità. Vivono come animali in bidonville senza luce né acqua, in pietose condizioni igienico-sanitarie. Nella Rognetta, ex deposito alimentare, sono accampati in baracche di bambù e cartone, in mezzo a topi, fango e carcasse di animali. Un lager senza tetto, in cui il fumo prodotto dalle immondizie bruciate per riscaldarsi, ha provocato gravi malattie respiratorie. Un dramma invisibile ai più e colpevolmente dimenticato dalle istituzioni locali e nazionali.

La rabbia– E così, inevitabilmente e prevedibilmente, il 7 gennaio gli africani di Rosarno hanno detto basta. Esasperati dall’ennesimo gesto d’odio e derisione, sono usciti da quei gironi danteschi ed hanno impugnato spranghe e bastoni. Non potendo colpire i loro aguzzini, sfogano ingiustamente la loro repressione contro chi non ha colpe, la popolazione locale. Distruggono, incendiano, terrorizzano. Tale violenza, contenuta a fatica delle forze dell’ordine, scatena presto la reazione dei rosarnesi. In un clima da far-west, decidono di farsi giustizia da soli dando il via ad una feroce “caccia al negro”, ai loro occhi il vero responsabile di quanto accaduto. Ma in realtà, sebbene una ribellione violenta non sia mai giustificabile, africani e rosarnesi sono vittime dello stesso crudele sistema, burattini in mano alle cosche malavitose. Si sono ritrovati contro in una guerra tra poveri, tra ultimi e penultimi di un tessuto sociale squarciato, all’interno di un’enclave abbandonata al suo destino.

Le conseguenze– Dopo un bilancio generale di 66 feriti e la fuga di molti immigrati, arriva l’inevitabile decisione dello Stato: tutti i braccianti stranieri vanno trasferiti. I diseredati di Rosarno e dintorni verranno trasportati in vari CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione) sparsi nella penisola, mentre altri sono ancora nascosti nelle campagne. Per i primi, anche se irregolari, non scatterà il decreto di espulsione. Ma dove andranno? Verranno regolarizzati e troveranno un lavoro dignitoso? Dopo l’indifferenza, l’unica medicina non può essere l’espulsione. Chi raccoglierà infatti quegli agrumi, olive e pomodori? Se la mafia continuerà a dettar legge, presto troverà altri servi della gleba da sottomettere. E intanto, come sempre, terrà in scacco gli abitanti locali. In attesa di risposte, si ode lontano l’eco delle ruspe che abbattono la Rognetta e i suoi tuguri. Macerie che però non potranno mai cancellare la vergogna di quanto successo in questo angolo di Calabria.

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Michael Vittori
Michael Vittori

Consulente SEO-SEM Specialist, Copywriter, Web Marketer, Esperto Facebook Ads e Giornalista Pubblicista.

Comments

  1. E’ uno dei pochi interventi che ho letto in cui la ricostruzione dei fatti è chiara e, soprattutto, fa capire come gli abitanti di Rosarno, insieme agli immigrati, siano tenutati in scacco da gente malavitosa. Una precisazione solo: la cosiddetta “caccia all’uomo” è stata portata avanti da poche decine di persone, abituate a risolvere con i propri mezzi dispute e contese e che si sono “arrogate” il diritto di fare pulizia a Rosarno. Tutta la popolazione, invece, era barricata in casa letteralmente terrorizzata da quello che stava succedendo.
    Non abbiamo mai avuto paura (se non la sera del 7 mentre Rosarno veniva percorsa in lungo e in largo da centinaia di immigrati provenienti anche dai paesi vicini) degli immigrati di colore che, insieme ad immigrati provenienti da quasi tutto il resto del mondo, sono venuti qui a Rosarno e ancora ci abitano. Dopo pochi giorni dai fatti già circolavano liberamente tra di noi. Spero solo che un giorno riusciremo ad essere liberi (dalla ‘ndrangheta) in casa nostra. Carmela

  2. Michael Vittori Michael Vittori Says: marzo 19, 2010 at 6:40 pm

    Grazie mille cara Carmela per il tuo commento e la testimonianza dal vivo che ci porti.
    Cerco sempre di essere obiettivo e fornire una visione il più chiara possibile, e in questo caso era evidente che entrambe le parti fossero vittime. Ma purtroppo alcune fazioni politiche hanno strumentalizzato la rivolta, ed è proprio per questo che ho voluto esprimere la mia opinione. Ergo, mi fa piacere che tale tesi sia confermata da chi ha vissuto quell’esperienza sulla pelle.
    Salutandoti, ti invito sempre a seguirmi e commentare e mi unisco al tuo augurio per la Calabria, così bisognosa di libertà e vera democrazia.
    Michael