Ryad, la Guantanamo al contrario

La lotta senza quartiere al terrorismo non può passare soltanto attraverso guerre, bombe e spionaggio. La storia insegna da sempre che l’arma della repressione da sola non basta, e il presidente statunitense Barack Obama ha dato un segnale forte in tal senso, chiudendo il discussissimo campo di detenzione per terroristi di Guantanamo. Ma c’è chi si è spinto oltre, creando centri di rieducazione per ‘jihadisti‘ con l’obiettivo di redimerli e reinserirli nella vita civile. Di cambiare la loro ‘forma mentis’, la più importante e decisiva scommessa di questo ambizioso progetto che può radicalmente trasformare la guerra al fondamentalismo islamico drenandone forza e adepti. E’ l’Arabia Saudita, a lungo serbatoio di denaro e uomini per Al Qaeda e, ironia della sorte, patria del latitante numero uno al mondo, Osama Bin Laden.
Un esperimento unico nel suo genere, nato da un’idea del principe saudita, nonché vice-ministro dell’Interno, Mohammed Bin Nayef, proprio in seguito al rilascio di centinaia di uomini da Guantanamo, all’arresto di migliaia di suoi concittadini in Iraq e Afghanistan e alle retate susseguenti all’ondata di attentati del 2004-’05. Un progetto da 50 milioni di dollari l’anno che ha già coinvolto 4.000 persone, di cui 300 passate per il centro di riabilitazione di Ryad, il primo e (ancora per poco) unico. I successi riscontrati, infatti -si parla di un 80% circa di terroristi ‘recuperati’- hanno spinto il governo di Riyad ad ampliare il programma con la costruzione di altri cinque centri sparsi per il paese dotati di piscine private e barbecue.
Ovviamente, non è tutt’oro quel che luccica. Undici degli uomini usciti dal centro sono tornati alle vecchie attività in Yemen, e due di loro, Said al Shihri e Mohammed al Awfi, hanno addirittura fondato una cellula terroristica autonoma (Aqap, Al Qaeda nella Penisola arabica), l’organizzazione tristemente famosa per aver armato il braccio di Umar Faruk Abdul Mutallab, il protagonista del fallito attentato di Natale sul volo Amsterdam-Detroit. “Non tutti possono uscirne puliti – ammette con realismo il sovrintendente al programma Abdulrahman al-Hadlaq – non pretendiamo di avere sempre successo. Ma il tasso di riuscita è altissimo e siamo convinti che valga la pena continuare“.
Ma cosa fanno gli ex jihadisti in questo centro? Seguono lezioni sull’Islam, imparando che la loro religione non predica odio e violenza. Che non implica il suicidio volontario e l’uccisione dei cosiddetti infedeli. Perché, spiega sempre al-Hadlaq, “la maggior parte delle persone con cui abbiamo a che fare sono state ingannate; gli hanno parlato di guerra santa e del dovere di combattere implicito nel Corano: quando capiscono che non è vero, che sono stati imbrogliati, sono pronti a cambiare“. Ora non fanno più pensieri di morte: dipingono, giocano a calcio e incontrano le loro famiglie. Sempre in semi-libertà, visto che non ci sono celle, bensì villette con più letti, un’area riservata agli incontri con le mogli, aule attrezzate e una sala d’arte. I detenuti possono quindi spostarsi liberamente tra il campo da calcio e quello da pallavolo, l’ambulatorio e i cortili in fiore. L’unico filo spinato, nefasto ricordo di Guantanamo, protegge l’unico ingresso della struttura.
Una volta terminato il difficile percorso di rieducazione, gli uomini di Ryad non vengono abbandonati al loro destino. Dopo anni di guerra e carcere, il governo gli regala un’esistenza normale, trovandogli un lavoro onesto, una casa, una macchina e dandogli un sussidio mensile di 1000 dollari. Tutto pur di recuperarlo, anche una bella mogliettina, garanzia di stabilità. E’ così che l’Arabia, ‘storica’ culla del terrorismo islamico, prova a trasformarsi in laboratorio di pace.
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Michael Vittori
Michael Vittori

Consulente SEO-SEM Specialist, Copywriter, Web Marketer, Esperto Facebook Ads e Giornalista Pubblicista.

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