Virtuoso ma disconosciuto

I confini ufficiosi del Somaliland

Da 18 anni ha un governo che funziona, un parlamento che si riunisce, una forza di polizia che garantisce la sicurezza dei cittadini. Finanche una guardia costiera che vigila sulle coste e combatte la pirateria. E una forma, seppur imperfetta, di dialettica politica. Nessun dittatore o signore della guerra al comando, bensì un presidente in carica, Dahir Riyale Kahin. Il numero uno del paese rimanda sistematicamente le elezioni, ma l’opposizione non ci sta e scende in piazza: vuole democrazia, chiede di evolvere dalla solidarietà tribale. Un evento strano, visto il contesto, l’Africa subsahariana. Un angolo del Corno d’italica memoria, chiamato Somaliland, che sembra un’isola felice, un’eccezione nel disastrato panorama circostante. Troppo bello per essere vero. Il piccolo ‘stato de facto‘, infatti, è vittima di un gigantesco paradosso: pur essendo perfettamente funzionante, non esiste per la comunità internazionale. Non è riconosciuto.

Ostaggio degli altrui interessi politici– Dal 1991, anno di dichiarazione unilaterale d’indipendenza, l’Occidente se ne lava le mani e passa la patata bollente all’Unione Africana, a sua volta troppo preda degli interessi geo-strategici dei suoi componenti: l’Etiopia, pur usando Hargeisa (capitale del Somaliland) come avamposto in Somalia e proponendosi come unico alleato credibile, non si vuole esporre ufficialmente; l’Egitto, di rimando, continua a premere per una grande Somalia unita, strumentale nella lotta contro Addis Abeba per la supremazia sulle acque del Nilo. Inoltre, molti stati hanno paura di creare un precedente che possa dar forza ad altri movimenti secessionisti all’interno dei propri confini. E così, anche solo nominalmente, il paese rimane soggetto ad un governo lontano e inesistente. Privo di aiuti internazionali, visto che tutto il supporto economico dei donatori viene fagocitato da Mogadiscio. Lo stato disconosciuto continua a trascinarsi con un Pil annuo di circa 50 milioni di dollari, ma non cede alle pressioni esterne che vorrebbero una grande riconciliazione nazionale con il sud. Lo strappo con la Somalia, infatti, è irrimediabile.
Storia– La storia di questo piccolo e tormentato paese affonda le sue radici nel passato, nel lontano 1884, quando gli inglesi vi stabilirono una base militare per garantirsi il controllo del Golfo di Aden e della rotta verso l’India. Non si insediarono in pianta stabile e nel protettorato, chiamato appunto Somaliland, fu mantenuto il sistema di governo tradizionale, basato sugli anziani dei clan. Gli italiani, invece, occuparono il sud creandovi una colonia d’insediamento. Le infrastrutture si svilupparono, ma il sistema di potere tribale fu smantellato. Nel 1960 le due colonie ottennero l’indipendenza e si unirono. La retorica del nuovo stato, sintetizzata dalla stella a cinque punte al centro della nuova bandiera, annunciava che presto i clan somali di Etiopia, Kenya, Gibuti, Somaliland e Somalia avrebbero vissuto insieme. Ma la realtà si sarebbe rivelata ben diversa. Prima le guerre con l’Etiopia, poi 22 terribili anni di dittatura di Siad Barre. Il nord, vessato da ingiustizie e discriminazioni, decise che ne aveva abbastanza. Le scaramucce armate in atto da anni divennero, nel 1988, vera e propria guerra di secessione. I ribelli guadagnarono il controllo di Hargeisa, ma l’esercito resisteva asserragliato nell’aeroporto. Per tre lunghissimi e bui anni, gli uccelli della morte di Barre bombardarono senza pietà la capitale. Finalmente nel 1991, il generale sanguinario scappò in esilio e ad Hargeisa i raid cessarono, ponendo fine all’incubo. L’insurrezione aveva vinto, ma la città non esisteva più. Pochissime le case ancora in piedi. I morti, invece, erano 50mila. Fu allora che le strade dei due territori tornarono a dividersi. La Somalia meridionale, priva di un accordo tra i clan, finì preda dei signori della guerra. Nonostante l’intervento di ONU e UA e i tanti tentativi di pacificazione, è tuttora in mano alle milizie islamiche radicali, poiché il governo federale di transizione, faticosamente ricomposto un anno fa, vegeta, assediato in pochi quartieri della capitale. E il presidente vive rinchiuso in un palazzo, costantemente bombardato dai ribelli, mentre lungo le coste la pirateria continua a colpire indisturbata.
Futuro oscuro– Il Somaliland, invece, ha sfruttato il sistema tribale, rimasto intatto. Dichiarata l’autonomia e rispolverato l’antico nome, ha iniziato con pazienza la ricostruzione. Il Guurti, il senato non elettivo degli anziani, ha mediato i conflitti e il rumore dell’artiglieria che livella Mogadiscio è rimasto un’eco lontana. Ma il mancato riconoscimento rischia di vanificare tutto. A nulla servono i precedenti illustri- Timor Est e Kosovo– e i lodevoli sforzi, i riflettori continuano ad essere puntati altrove, lasciando al proprio destino questa piccola enclave. I problemi fioccano: non c’è lavoro, né progresso, né giustizia. La popolazione si agita, ostaggio dello stato di pace apparente e sopraffatta dal timore che le armi tornino a dominare le strade. E se non vi sarà alcun intervento, se il Somaliland continuerà a “non esistere”, il finale potrebbe essere proprio questo.
Commenta

Michael Vittori
Michael Vittori

Consulente SEO-SEM Specialist, Copywriter, Web Marketer, Esperto Facebook Ads e Giornalista Pubblicista.

Comments are closed.