La Tunisia insorge. Finisce l’era di Ben Ali

rivoluzione gelsomino tunisia e dimissioni ben aliDarsi fuoco e morire per protesta. La disperazione del popolo tunisino è tutta nel gesto di Mohamed Bouazizi, un ambulante come tanti, che il 17 dicembre scorso si è visto sequestrare la merce dalla polizia. Davvero troppo per un giovane alle prese con i problemi di un’intera generazione: disoccupazione crescente, preoccupazione per il rialzo dei prezzi dei beni di prima necessità quali pane, farina, zucchero e latte, rabbia per la corruzione dilagante sia nelle forze dell’ordine che in ogni livello della società, ma anche e soprattutto paura per l’indifferenza con cui il regime autoritario, capace soltanto di favorire il clientelismo e mettere il bavaglio a stampa e libertà di espressione, (non) affronta i problemi del paese. Un gesto concreto, estremo, che ha dato voce ad un’insoddisfazione da anni espressa attraverso il nuovo strumento del web e dei social network.
Un suicidio che ha dato il la alla protesta vera e propria: il 27 dicembre migliaia di giovani laureati disoccupati manifestano per le strade di Tunisi e vengono pesantemente colpiti dalla polizia.
Il rimpasto di governo del 29 dicembre non placa i movimenti di rivolta diffusi in tutto il paese. Anche perché la polizia continua a rispondere con la violenza alle manifestazioni: nel week-end nero dell’8 e 9 gennaio cadono sotto i colpi delle molotov e delle pallottole ben 25 persone. L’uso della forza amplifica ulteriormente la protesta, aggravando la crisi tunisina. Il 10 gennaio, in un intervento sulla tv nazionale, il presidente tunisino Ben Ali promette 300.000 posti di lavoro e l’elevazione del tenore di vita. Tuttavia, non mostra alcuna compassione per le vittime degli scontri, anzi dichiara che i manifestanti sono persino incolpabili di atti di terrorismo. Altra benzina sul fuoco dell’insoddisfazione di una protesta che non si accenna a placare. Viene chiesto l’intervento delle forze armate per sedare la rivolta, ma il capo di stato maggiore dell’esercito, Rachid Ammar, si rifiuta di sparare sui manifestanti. Uno storico ‘niet’ che si rivela fatale per il potere di Ben Ali. Infatti, appena tre giorni dopo, il presidente è costretto ad un clamoroso dietrofront: condanna gli atti violenti della polizia, si impegna a lasciare il potere nel 2014 e promette la libertà di stampa. Non basterà. Il popolo ormai vuole la sua testa, e meno di un’ora viene decretato lo stato d’emergenza e il coprifuoco in tutto il paese. Fino all’annuncio tanto atteso: il primo ministro Mohamed Ghannouchi dichiara di assumere la carica di presidente ad interim fino alle elezioni anticipate, e in serata viene dato l’annuncio che Ben Ali, dopo ventiquattro anni al potere, ha abbandonato la Tunisia.

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Michael Vittori
Michael Vittori

Consulente SEO-SEM Specialist, Copywriter, Web Marketer, Esperto Facebook Ads e Giornalista Pubblicista.

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