Politica


Intervista al Ministro Frattini sulla crisi libica

marzo 18, 2011  |  Post by: Michael Vittori  |  Interviste, Politica estera No Comments

il ministro degli esteri frattiniIntervista al Ministro degli Esteri Franco Frattini sui delicati temi dell’attualità internazionale: crisi libica, rivolte nel mondo arabo, Giappone e nucleare in Italia.

  1. Dopo la risoluzione ONU favorevole alla No Fly Zone, il governo di Tripoli ha ordinato il cessate-il-fuoco sospendendo la sua offensiva contro i ribelli. Tuttavia, secondo i rivoltosi si tratta soltanto di un bluff. Nel frattempo, avete chiuso l’ambasciata a Tripoli e messo a disposizione basi e forze armate. Secondo lei, sarà necessario l’intervento militare? Come si risolverà la crisi libica?
  2. L’esodo verso le nostre coste è già iniziato. Come affronteremo il (probabile) sbarco di migliaia di disperati dall’altra sponda del Mediterraneo?
  3. Tensione altissima anche a Sana’a, in Bahrein e Arabia Saudita. Tutto il mondo arabo si sta sollevando contro i regimi, monarchie e dittature a cui è sottoposto. Come valuta, così come l’ha definito il nostro Capo di Stato, il “Risorgimento Arabo“? Che ripercussioni possono avere questi sconvolgimenti sul delicato scacchiere politico del Medio Oriente?
  4. Dopo l’apocalisse giapponese, l’Europa frena sul nucleare, mentre le Regioni si mostrano sempre più riluttanti ad ospitare le future centrali. Ritiene ancora opportuno che il nostro paese torni al nucleare?
  5. Le celebrazioni per il 150esimo dell’Unità si sono rivelate un successo ben oltre le previsioni della vigilia. Quanto è importante il ruolo di queste iniziative per risvegliare e rinfocolare il sentimento patriottico degli italiani?

Anche l’Egitto insorge. Mubarak rassegna le dimissioni

febbraio 12, 2011  |  Post by: Michael Vittori  |  Politica estera No Comments

egitto in rivoltaDopo la Tunisia, anche l’Egitto si solleva. Sull’onda delle proteste che stanno infiammando tutto il mondo arabo, anche il popolo egiziano trova la forza di dire basta, costringendo il presidente Hosni Mubarak, dopo un mese di manifestazioni e scontri, alle dimissioni. Cala così il sipario sul regime trentennale del rais, ritenuto dalle potenze occidentali l’ago della bilancia nello scacchiere mediorientale, la pedina “moderata” in un mosaico sempre potenzialmente esplosivo.
La scintilla della rivolta risale al 17 gennaio, quando al Cairo un uomo si dà fuoco, sulla scia di quanto accaduto in Tunisia al venditore ambulante Mohamed Bouazizi, divenuto simbolo della contestazione tunisina. Il 20 gennaio anche due operai si danno alle fiamme per protestare contro un trasferimento forzoso. I motivi della protesta sono simili a quelli della vicina Tunisia: carenza di lavoro, crisi economica, corruzione dilagante ed eccesso nel ricorso a misure repressive, ‘giustificate’ da uno stato d’emergenza prorogato e mai revocato da ben 30 anni, dall’assassinio del presidente Anwar al-Sadat per mano di estremisti islamici (1981). Una crisi fittizia che da allora ha conferito allo stato poteri speciali, assegnando alla polizia la facoltà di attuare arresti per periodi illimitati e permettendo il ricorso ai tribunali speciali: da qui, il ruolo insignificante di magistratura e parlamento, di fatto sottoposti al potere assoluto del regime di Mubarak.
La protesta esordisce ufficialmente il 25 gennaio, quando venticinquemila manifestanti scendono in piazza, a Il Cairo, per chiedere riforme politiche e sociali; una manifestazione che si trasforma in scontro aperto con le forze dell’ordine, con tumulti che lasciano sul terreno quattro vittime. Lo stesso giorno i principali social network, tra cui Twitter e Facebook, appaiono oscurati, probabilmente per evitare che le notizie in diretta sulle proteste nel paese facciano il giro del mondo.
Decine di migliaia di persone il 29 gennaio scendono in strada per chiedere che Mubarak abbandoni il potere, il giorno dopo che lo stesso presidente aveva gridato al complotto in diretta televisiva. Il numero uno egiziano, quindi, non molla l’osso, sebbene l’opinione pubblica internazionale si faccia sempre più pressante, con inviti a lasciare il potere anche da alleati storici come gli Stati Uniti. A nulla servirà sciogliere il governo e nominare come vice l’ex capo dell’intelligence, Omar Suleiman, perché gli scontri tra i sostenitori del rais e i manifestanti, sfociati nell’occupazione di piazza Tahrir di inizio febbraio, non accennano a placarsi.
Il 5 febbraio il primo spiraglio: si dimette l’esecutivo del Partito nazionale democratico e iniziano così le trattative tra il governo di Suleiman e i movimenti di protesta. Il destino del rais è ormai segnato: l’11 febbraio il vice presidente annuncia le dimissioni di Mubarak e migliaia di persone si riversano nelle strade della capitale per festeggiare la sua caduta. Il potere viene lasciato nelle mani di una giunta militare, presieduta dal feldmaresciallo Mohamed Hussein Tantawi, in attesa che venga emendata la costituzione e che venga predisposta la convocazione di prossime elezioni presidenziali. Nella speranza che dalle ceneri della rivoluzione nasca un Egitto migliore.

La Tunisia insorge. Finisce l’era di Ben Ali

gennaio 15, 2011  |  Post by: Michael Vittori  |  Politica estera No Comments

rivoluzione gelsomino tunisia e dimissioni ben aliDarsi fuoco e morire per protesta. La disperazione del popolo tunisino è tutta nel gesto di Mohamed Bouazizi, un ambulante come tanti, che il 17 dicembre scorso si è visto sequestrare la merce dalla polizia. Davvero troppo per un giovane alle prese con i problemi di un’intera generazione: disoccupazione crescente, preoccupazione per il rialzo dei prezzi dei beni di prima necessità quali pane, farina, zucchero e latte, rabbia per la corruzione dilagante sia nelle forze dell’ordine che in ogni livello della società, ma anche e soprattutto paura per l’indifferenza con cui il regime autoritario, capace soltanto di favorire il clientelismo e mettere il bavaglio a stampa e libertà di espressione, (non) affronta i problemi del paese. Un gesto concreto, estremo, che ha dato voce ad un’insoddisfazione da anni espressa attraverso il nuovo strumento del web e dei social network.
Un suicidio che ha dato il la alla protesta vera e propria: il 27 dicembre migliaia di giovani laureati disoccupati manifestano per le strade di Tunisi e vengono pesantemente colpiti dalla polizia.
Il rimpasto di governo del 29 dicembre non placa i movimenti di rivolta diffusi in tutto il paese. Anche perché la polizia continua a rispondere con la violenza alle manifestazioni: nel week-end nero dell’8 e 9 gennaio cadono sotto i colpi delle molotov e delle pallottole ben 25 persone. L’uso della forza amplifica ulteriormente la protesta, aggravando la crisi tunisina. Il 10 gennaio, in un intervento sulla tv nazionale, il presidente tunisino Ben Ali promette 300.000 posti di lavoro e l’elevazione del tenore di vita. Tuttavia, non mostra alcuna compassione per le vittime degli scontri, anzi dichiara che i manifestanti sono persino incolpabili di atti di terrorismo. Altra benzina sul fuoco dell’insoddisfazione di una protesta che non si accenna a placare. Viene chiesto l’intervento delle forze armate per sedare la rivolta, ma il capo di stato maggiore dell’esercito, Rachid Ammar, si rifiuta di sparare sui manifestanti. Uno storico ‘niet’ che si rivela fatale per il potere di Ben Ali. Infatti, appena tre giorni dopo, il presidente è costretto ad un clamoroso dietrofront: condanna gli atti violenti della polizia, si impegna a lasciare il potere nel 2014 e promette la libertà di stampa. Non basterà. Il popolo ormai vuole la sua testa, e meno di un’ora viene decretato lo stato d’emergenza e il coprifuoco in tutto il paese. Fino all’annuncio tanto atteso: il primo ministro Mohamed Ghannouchi dichiara di assumere la carica di presidente ad interim fino alle elezioni anticipate, e in serata viene dato l’annuncio che Ben Ali, dopo ventiquattro anni al potere, ha abbandonato la Tunisia.

Nigeria e Filippine, Natale di sangue

dicembre 28, 2010  |  Post by: Michael Vittori  |  Politica estera No Comments

Gli scontri religiosi mietono ancora una volta vittime in Nigeria e Filippine. E’ stato un Natale di sangue, quello del paese africano e dell’arcipelago asiatico. Nella città di Jos, capitale dello stato centrale di Plateau, una nuova escalation di violenze ha causato la morte di più di 30 persone. Alla vigilia di Natale sette bombe hanno fatto 32 morti e 72 feriti, mentre gli scontri tra cristiani e musulmani si sono protratti fino a Santo Stefano. Nel nord-est del paese, invece, durante le messe natalizie sono stati uccisi un sacerdote e cinque fedeli nell’assalto a tre chiese di Maiduguri. Violenze senza fine a cui il vicepresidente Namadi Sambo tenterà di porre un freno recandosi nei prossimi giorni a Jos. Nell’isola di Jolo (Filippine), Abu Sayyaf, un gruppo estremista legato ad Al Qaeda, ha colpito ancora, facendo esplodere una bomba sul tetto di una chiesa cattolica e ferendo il sacerdote e cinque fedeli. Rimangono dunque inascoltati gli appelli di Benedetto XVI, che ha manifestato “grande tristezza per l’attentato in una chiesa cattolica nelle Filippine, mentre si celebravano i riti del giorno di Natale, come pure l’attacco a chiese cristiane in Nigeria”. “In questo tempo del Santo Natale – ha aggiunto il Papa – il desiderio e l’invocazione del dono della pace si sono fatti ancora più intensi. Ma il nostro mondo continua ad essere segnato dalla violenza, specialmente contro i discepoli di Cristo”.

Thaci è il primo premier del Kosovo indipendente

dicembre 16, 2010  |  Post by: Michael Vittori  |  Politica estera No Comments

Hashim Thaci, primo premier del KosovoHashim Thaci è il primo premier nella storia ‘ufficiale’ del Kosovo. Questo è il verdetto delle elezioni legislative di dicembre, le prime post-indipendenza (ricordiamo che il neonato paese balcanico è stato riconosciuto soltanto da 42 paesi, tra cui non è compresa la Serbia), dove il leader del Partito democratico del Kosovo (PdK) ha prevalso con il 35% dei consensi sul leader della Lega democratica (Ldk), Isa Mustafa, fermatosi al 25%. Al potere dal 2007, l’ex membro dell’UCK, l’Esercito di Liberazione kosovaro, ha ottenuto il sostegno popolare anche dopo il raggiungimento dello storico traguardo dell’indipendenza.
Il successo del “serpente” (il famoso nome di guerra di Thaci), però, è macchiato da dubbi e inquietanti ombre. Il voto è stato boicottato in massa nel nord a maggioranza serba, mentre tutti i partiti sconfitti hanno denunciato irregolarità e brogli tali da ipotizzare una ripetizione delle elezioni. Ma il premier ha ben altro a cui pensare. Sulla sua testa pendono gravissime accuse: Thaci, durante e dopo la guerra del 1999, avrebbe preso parte a crimini efferati, predisponendo l’espianto di organi a vittime serbe e albanesi. Questo è quel che afferma Dick Marty, il senatore svizzero che ha riportato a galla le memorie dell’ex procuratrice dell’Aja Del Ponte rese pubbliche nel 2008.
Le accuse personali si stagliano su un quadro politico-economico nazionale poco incoraggiante. Unico paese dell’area balcanica tagliato fuori dall’area bianca di Schengen (i cittadini appartenenti all’area, pur non facendo parte dell’UE, possono muoversi all’interno dell’Unione senza visto), ha un tasso di disoccupazione (48%) e povertà (il 45% delle famiglie vive sotto la soglia minima) alle stelle. Inoltre, le rimesse degli emigranti, gli investimenti dall’estero e l’assistenza internazionale sono in calo. L’aumento della spesa pubblica, unica strategia adottata dal governo di Pristina dalla proclamazione di indipendenza del 2008, non basta più. Tra problemi personali e nazionali, riuscirà il “serpente” a risollevare le sorti del neonato Kosovo?

San Mauro Mare sommersa dalla neve. E abbandonata al suo destino

dicembre 16, 2010  |  Post by: Michael Vittori  |  Ambiente, Politica interna 1 Comments
Neve a San Mauro Mare

San Mauro Mare totalmente imbiancata

Abbiamo dovuto aspettare 20 anni per assistere ad una nevicata con tutti i crismi del caso, ma ormai la neve a San Mauro Mare non fa più notizia. Se 12 mesi fa era stata accolta (o maledetta) come un evento eccezionale, la violenta nevicata che si è abbattuta in questi giorni, e in particolar modo nella giornata di oggi, non stupisce più nessuno.
Il clima in riviera, infatti, pare sensibilmente cambiato, con un ulteriore irrigidimento delle temperature invernali che ha favorito le precipitazioni nevose. Esemplare quel che sta accadendo in questi giorni: la neve ha imbiancato solamente la costa risparmiando l’entroterra; evento impensabile sino a qualche anno fa.

- GUARDA IL VIDEO REPORTAGE GIRATO SULLA SPIAGGIA -

10 cm di neve

Tornando alla cronaca meteorologica, nell’arco di 12 ore sono caduti copiosi 10 cm circa che hanno imbiancato totalmente la spiaggia sammaurese, regalando agli abitanti un colpo d’occhio come sempre suggestivo. Ma la neve ha giocoforza ricoperto anche le strade, creando disagi diffusi alla circolazione di auto e mezzi pubblici… altroché offerte neve, qua mica siamo in montagna!

Disagi

nevicata a san mauro mare 2010

Emblematica la situazione delle strade sammauresi

Qui, infatti, arriva la nota dolente. Esattamente come nel 2009, non si è ancora vista ombra di spazzaneve, spargisale o affini (leggi trattori improvvisati ma comunque funzionali), mentre a San Mauro Pascoli, comune di cui la frazione fa parte, il servizio è stato prontamente fornito (perlomeno nei giorni scorsi).
Si ripropone dunque l’annoso problema che vede la frazione rivierasca abbandonata dal Comune al suo destino; un discorso che vale per la pulizia delle strade dalla neve così come dalle foglie autunnali, tanto restare alla stretta attualità. Insomma, già da tempo gli abitanti di San Mauro Mare si sentono relegati a cittadini di serie B. E pensare che basterebbe veramente poco per fornire un servizio tanto basilare quanto essenziale.

Sakineh finalmente libera. Anzi no

dicembre 09, 2010  |  Post by: Michael Vittori  |  Politica estera 1 Comments

Sakineh liberataPARTE 1: L’ILLUSIONE

Sakineh Mohammadi Shtiani è finalmente libera. Dopo quattro anni di carcere, la donna iraniana condannata alla lapidazione per adulterio è stata liberata ieri insieme al figlio Sajjad Qaderzadeh e all’avvocato Javid Hutan Kian. Questo quanto riferito pochi minuti fa dal “Comitato Internazionale contro la lapidazione” alle maggiori agenzie di stampa. Decisive, secondo il presidente del Comitato Mina Ahadi, “le pressioni internazionali su Teheran e la campagna mediatica a favore di Sakineh” e il recente intervento del presidente brasiliano Inazio Lula da Silva. Il Comitato tiene poi a precisare che il rilascio è stato incondizionato, visto che “né Sakineh né suo figlio o l’avvocato avrebbero i soldi per pagarla“.
Dopo mesi di mobilitazione internazionale è dunque giunta a buon fine la vicenda Sakineh. Teheran ha ceduto di fronte alle crescenti pressioni di organizzazioni, ONG e governi di tutto il mondo, facendo dietrofront dopo aver ripetutamente rinviato la sentenza e liberando la donna incarcerata nel 2006 con l’accusa di adulterio e concorso nell’omicidio del marito.
Con questa lietissima novella, filtra un piccolo spiraglio di luce da uno dei paesi più antidemocratici e illiberali del mondo. Ora, però, la vera sfida sarà garantire dignità e diritti a tutte le donne iraniane, altrimenti la mobilitazione per Sakineh in parte sarà stata vana.

PARTE 2: LA CRUDELE BEFFA

Il pezzo appena redatto da milioni di testate è finito però presto nel cestino. La notizia della liberazione di Sakineh è stata infatti smentita poche ore dopo. Una smentita che sa di crudele beffa: la donna era stata riaccompagnata a casa insieme al figlio soltanto per confessare, per l’ennesima volta, i suoi presunti reati, e produrre una ricostruzione video dell’omicidio sulla scena del delitto. Una confessione che verrà trasmessa in serata in un’emittente televisiva iraniana come già accaduto in passato. Da qui le foto che sembravano testimoniarne la liberazione.
Nessun rilascio dunque per quella che si è rilevata una bufala colossale. L’Iran non abbassa la testa e anzi rilancia: “Vediamo dietro la propaganda occidentale sul caso giudiziario relativo alla Mohammadi-Ashtiani un tentativo politico di minare la Repubblica islamica“. Come a dire: stolti, vi eravate forse illusi di averci intimorito e costretto alla resa?
Secondo le fonti del Comitato internazionale antilapidazione (lo stesso che aveva diffuso la notizia del rilascio), invece, la liberazione è realmente avvenuta salvo poi essere revocata; il regime avrebbe usato il suo rilascio per volgere a proprio favore i colloqui con il gruppo del 5+1 sul nucleare.
Ad ogni modo, il calvario di Sakineh continua, e il lieto fine appare soltanto una chimera.

  • Vita notturna in Romagna

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