Ieri era un semplice funzionario di polizia, oggi il primo presidente donna nella storia di un paese balcanico. L’epopea di Atifete Jahjaga, ex vice capo della polizia nazionale e dall’8 aprile nuovo presidente del Kosovo, assomiglia ad una favola. “Fino a ieri, non avrei mai pensato di poter assumere un incarico politico di tale importanza, ma sono pronta a servire il mio Paese”, le sue prime dichiarazioni. Il neo presidente ha inoltre aggiunto di voler fungere da “garante della legalità e fattore unificante” e di voler “rappresentare tutti i cittadini del Kosovo, a prescindere da nazionalità, religione, razza e sesso“.
La nomina a presidente della Jahjaga va a colmare il vuoto lasciato da Behgjet Pacolli, la cui elezione dello scorso 22 febbraio (a sua volta frutto di un compromesso raggiunto con enorme fatica) è stata invalidata il 31 marzo da una sentenza della Corte Costituzionale di Pristina. Ristabilire i fragili equilibri dell’alleanza di governo tra lo stesso Pacolli e il premier Hashim Thaçi non è stato affatto semplice. Mercoledì 6 aprile la svolta. I tre principali leader politici del paese (il premier, Pacolli e il leader dell’opposizione Isa Mustafa), sotto l’onnipresente supervisione dell’ambasciatore americano Christopher Dell, trovano un accordo, sbloccando l’impasse istituzionale e scongiurando il rischio di elezioni anticipate.
A sorpresa il nome scelto è stato quello della Jahjaga. Un candidato bipartisan, donna e giovane (36 anni appena): una faccia “pulita” e credibile da mostrare al mondo e contrapporre all’immagine appannata e spesso compromessa dei vari leader di punta: uno su tutti il “serpente” Hashim Thaçi, eletto presidente del Consiglio tra mille polemiche e recentemente accusato di gravi crimini di guerra dal dossier ripescato dal senatore svizzero del Consiglio d’Europa Dick Marty.
Il frutto di un compromesso
E’ così che un personaggio fino a ieri sconosciuto – non solo all’esterno ma anche all’interno dei confini nazionali – ha vinto le elezioni al primo turno, ottenendo 80 voti su 120 complessivi.
Da buon compromesso, la nomina del nuovo presidente ha portato in dote anche un pacchetto di riforme costituzionali e del sistema elettorale. Il prossimo numero uno del Kosovo sarà scelto direttamente dagli elettori, perciò questo mandato si prospetta come un periodo di transizione istituzionale. Cambieranno anche le elezioni politiche a partire dal 2013, un anno prima di quanto preventivato.
Insomma, se l’ascesa della 36enne nativa di Djakova ha i connotati di una fiaba, altrettanto non può dirsi dell’intricato percorso che l’ha portata sin qui. L’ultimo, l’ennesimo, coup de theatre della politica kosovara, dunque, non è sinonimo di democrazia avanzata e consapevole. E’ un altro salvataggio in extremis da una potenziale crisi istituzionale orchestrato da Dell, il “burattinaio di Pristina”. Negli ultimi sei mesi, infatti, ne sono successe davvero di tutti i colori.
Un semestre di continui ribaltoni
Il primo atto è datato settembre 2010, quando la Corte costituzionale si accorge all’improvviso che il presidente Fatmir Sejdiu viola la carta fondamentale, dato che ricopre contemporaneamente la carica di capo di Stato e leader di partito. Seguono elezioni anticipate, segnate però da diffusi brogli, soprattutto per mano del partito vincitore, il PDK di Thaçi. Nonostante ciò, le elezioni vengono validate con l’escamotage della ripetizione del voto soltanto in poche municipalità. Per dare stabilità al neonato governo, il PDK e l’AKR trovano un’intesa basata sull’elezione a presidente di Behgjet Pacolli . Dopo tre tentativi e il decisivo supporto di Dell, Pacolli viene eletto. Fino alla sentenza della Corte. E’ ancora una volta l’ambasciatore americano, portavoce degli interessi di Washington e Bruxelles, ad estrarre il coniglio dal cilindro e salvare la situazione.
Complimenti Atifete, ma dopo così tanti ribaltoni e acrobazie, il compito che ti aspetta è di quelli davvero ardui.
Doccia gelata da Lussemburgo. I ministri degli Interni dell’Unione Europea bocciano la direttiva italiana sulla protezione temporanea per gli sfollati dai Paesi del Nord Africa. La forte pressione migratoria a cui le nostre coste sono quotidianamente sottoposte ormai da mesi, frutto della guerra in Libia e delle rivolte nei paesi del Maghreb, non è tale, sia per la Commissaria per gli Affari Interni Cecilia Malmstrom che per la maggioranza dei ministri UE, da far scattare l’attivazione della direttiva 55/2001. Ovvero, la normativa che prevede “la protezione temporanea nei paesi membri di sfollati da situazioni di conflitto o da luoghi dove si manifesta una violazione massiccia dei diritti umani” e che scavalca in via eccezionale le direttive del Trattato di Schengen. L’UE, quindi, sposa la linea francese, che nei giorni precedenti aveva annunciato la chiusura delle frontiere. “Continueremo a rimandare in Italia gli immigrati tunisini che vengono in Francia senza rispettare le regole della convenzione di Schengen“, ha infatti ribadito il ministro dell’Interno transalpino Claude Gueant.
Intervista al Ministro degli Esteri Franco Frattini sui delicati temi dell’attualità internazionale: crisi libica, rivolte nel mondo arabo, Giappone e nucleare in Italia.
Dopo la Tunisia, anche l’Egitto si solleva. Sull’onda delle proteste che stanno infiammando tutto il mondo arabo, anche il popolo egiziano trova la forza di dire basta, costringendo il presidente Hosni Mubarak, dopo un mese di manifestazioni e scontri, alle dimissioni. Cala così il sipario sul regime trentennale del rais, ritenuto dalle potenze occidentali l’ago della bilancia nello scacchiere mediorientale, la pedina “moderata” in un mosaico sempre potenzialmente esplosivo.
Darsi fuoco e morire per protesta. La disperazione del popolo tunisino è tutta nel gesto di Mohamed Bouazizi, un ambulante come tanti, che il 17 dicembre scorso si è visto sequestrare la merce dalla polizia. Davvero troppo per un giovane alle prese con i problemi di un’intera generazione: disoccupazione crescente, preoccupazione per il rialzo dei prezzi dei beni di prima necessità quali pane, farina, zucchero e latte, rabbia per la corruzione dilagante sia nelle forze dell’ordine che in ogni livello della società, ma anche e soprattutto paura per l’indifferenza con cui il regime autoritario, capace soltanto di favorire il clientelismo e mettere il bavaglio a stampa e libertà di espressione, (non) affronta i problemi del paese. Un gesto concreto, estremo, che ha dato voce ad un’insoddisfazione da anni espressa attraverso il nuovo strumento del web e dei social network.
Hashim Thaci è il primo premier nella storia ‘ufficiale’ del Kosovo. Questo è il verdetto delle elezioni legislative di dicembre, le prime post-indipendenza (ricordiamo che il neonato paese balcanico è stato riconosciuto soltanto da 42 paesi, tra cui non è compresa la Serbia), dove il leader del Partito democratico del Kosovo (PdK) ha prevalso con il 35% dei consensi sul leader della Lega democratica (Ldk), Isa Mustafa, fermatosi al 25%. Al potere dal 2007, l’ex membro dell’UCK, l’Esercito di Liberazione kosovaro, ha ottenuto il sostegno popolare anche dopo il raggiungimento dello storico traguardo dell’indipendenza.