Politica estera


Da poliziotta a presidente del Kosovo

aprile 21, 2011  |  Politica estera No Comments
 

atifete jahjaga eletta presidente del kosovoIeri era un semplice funzionario di polizia, oggi il primo presidente donna nella storia di un paese balcanico. L’epopea di Atifete Jahjaga, ex vice capo della polizia nazionale e dall’8 aprile nuovo presidente del Kosovo, assomiglia ad una favola. “Fino a ieri, non avrei mai pensato di poter assumere un incarico politico di tale importanza, ma sono pronta a servire il mio Paese”, le sue prime dichiarazioni. Il neo presidente ha inoltre aggiunto di voler fungere da “garante della legalità e fattore unificante” e di voler “rappresentare tutti i cittadini del Kosovo, a prescindere da nazionalità, religione, razza e sesso“.
La nomina a presidente della Jahjaga va a colmare il vuoto lasciato da Behgjet Pacolli, la cui elezione dello scorso 22 febbraio (a sua volta frutto di un compromesso raggiunto con enorme fatica) è stata invalidata il 31 marzo da una sentenza della Corte Costituzionale di Pristina. Ristabilire i fragili equilibri dell’alleanza di governo tra lo stesso Pacolli e il premier Hashim Thaçi non è stato affatto semplice. Mercoledì 6 aprile la svolta. I tre principali leader politici del paese (il premier, Pacolli e il leader dell’opposizione Isa Mustafa), sotto l’onnipresente supervisione dell’ambasciatore americano Christopher Dell, trovano un accordo, sbloccando l’impasse istituzionale e scongiurando il rischio di elezioni anticipate.
A sorpresa il nome scelto è stato quello della Jahjaga. Un candidato bipartisan, donna e giovane (36 anni appena): una faccia “pulita” e credibile da mostrare al mondo e contrapporre all’immagine appannata e spesso compromessa dei vari leader di punta: uno su tutti il “serpente” Hashim Thaçi, eletto presidente del Consiglio tra mille polemiche e recentemente accusato di gravi crimini di guerra dal dossier ripescato dal senatore svizzero del Consiglio d’Europa Dick Marty.

Il frutto di un compromesso

E’ così che un personaggio fino a ieri sconosciuto – non solo all’esterno ma anche all’interno dei confini nazionali – ha vinto le elezioni al primo turno, ottenendo 80 voti su 120 complessivi.
Da buon compromesso, la nomina del nuovo presidente ha portato in dote anche un pacchetto di riforme costituzionali e del sistema elettorale. Il prossimo numero uno del Kosovo sarà scelto direttamente dagli elettori, perciò questo mandato si prospetta come un periodo di transizione istituzionale. Cambieranno anche le elezioni politiche a partire dal 2013, un anno prima di quanto preventivato.
Insomma, se l’ascesa della 36enne nativa di Djakova ha i connotati di una fiaba, altrettanto non può dirsi dell’intricato percorso che l’ha portata sin qui. L’ultimo, l’ennesimo, coup de theatre della politica kosovara, dunque, non è sinonimo di democrazia avanzata e consapevole. E’ un altro salvataggio in extremis da una potenziale crisi istituzionale orchestrato da Dell, il “burattinaio di Pristina”. Negli ultimi sei mesi, infatti, ne sono successe davvero di tutti i colori.

Un semestre di continui ribaltoni

Il primo atto è datato settembre 2010, quando la Corte costituzionale si accorge all’improvviso che il presidente Fatmir Sejdiu viola la carta fondamentale, dato che ricopre contemporaneamente la carica di capo di Stato e leader di partito. Seguono elezioni anticipate, segnate però da diffusi brogli, soprattutto per mano del partito vincitore, il PDK di Thaçi. Nonostante ciò, le elezioni vengono validate con l’escamotage della ripetizione del voto soltanto in poche municipalità. Per dare stabilità al neonato governo, il PDK e l’AKR trovano un’intesa basata sull’elezione a presidente di Behgjet Pacolli . Dopo tre tentativi e il decisivo supporto di Dell, Pacolli viene eletto. Fino alla sentenza della Corte. E’ ancora una volta l’ambasciatore americano, portavoce degli interessi di Washington e Bruxelles, ad estrarre il coniglio dal cilindro e salvare la situazione.
Complimenti Atifete, ma dopo così tanti ribaltoni e acrobazie, il compito che ti aspetta è di quelli davvero ardui.

Permessi temporanei ai profughi, l’UE boccia l’Italia

aprile 13, 2011  |  Politica, Politica estera No Comments
 

profughi a lampedusaDoccia gelata da Lussemburgo. I ministri degli Interni dell’Unione Europea bocciano la direttiva italiana sulla protezione temporanea per gli sfollati dai Paesi del Nord Africa. La forte pressione migratoria a cui le nostre coste sono quotidianamente sottoposte ormai da mesi, frutto della guerra in Libia e delle rivolte nei paesi del Maghreb, non è tale, sia per la Commissaria per gli Affari Interni Cecilia Malmstrom che per la maggioranza dei ministri UE, da far scattare l’attivazione della direttiva 55/2001. Ovvero, la normativa che prevede “la protezione temporanea nei paesi membri di sfollati da situazioni di conflitto o da luoghi dove si manifesta una violazione massiccia dei diritti umani” e che scavalca in via eccezionale le direttive del Trattato di Schengen. L’UE, quindi, sposa la linea francese, che nei giorni precedenti aveva annunciato la chiusura delle frontiere. “Continueremo a rimandare in Italia gli immigrati tunisini che vengono in Francia senza rispettare le regole della convenzione di Schengen“, ha infatti ribadito il ministro dell’Interno transalpino Claude Gueant.
Durissima la reazione di Maroni di fronte al veto europeo: “E’ passata la linea secondo cui l’Italia deve fare da sola. Mi chiedo se ha senso rimanere nell’Unione Europea. Meglio soli che male accompagnati“. E ancora: “La riunione si è conclusa con un documento, sul quale c’è stata la mia astensione, che non prevede alcuna misura concreta. Noi, quando c’è stato bisogno, abbiamo espresso la nostra solidarietà verso la Grecia, l’Irlanda e il Portogallo. Ma a noi, in questa situazione di grave emergenza, è stato detto ‘cara Italia, sono affari tuoi e devi fare da sola’. L’Unione Europea è un’istituzione che si attiva subito solo per salvare banche e per dichiarare guerre, ma quando si tratta di esprimere solidarietà a un Paese come l’Italia, si nasconde“. La replica arriva dalla Germania e dal suo ministro Hans-Peter Friedrich: “L’Italia sta infrangendo lo spirito dell’accordo di Schengen. La solidarietà in Europa deve essere applicata quando un Paese è veramente colpito da un fenomeno di immigrazione di massa. Questo non è il caso dell’Italia in questo momento“.
Dopo lo scambio di opinioni poco amichevole con il vicino d’Oltrealpe, l’Italia si ritrova ora ai ferri corti anche con l’UE. Un fastidioso e frustrante senso di abbandono di fronte alla questione immigrazione provato anche da Frattini (“L’Europa resti con il suo egoismo. Noi troveremo altre soluzioni”) e dal premier Berlusconi, entrambi solidali con la linea espressa da Maroni.
Ma l’Unione non sente ragioni e, pur sottolineando come non spetti alla Commissione Europea “il compito di dare consigli all’Italia su come gestire il flusso di immigrati“, ricorda che comunque sta facendo la sua parte, dando assistenza e mettendo a disposizione “stanziamenti e fondi strutturali che possono essere utilizzati a Lampedusa“. Perciò, il nostro paese ha “tutti i diritti e i titoli” per concedere permessi di soggiorno temporanei ai profughi, ma non verrà fatta alcuna eccezione per i vincoli previsti da Schengen. Nel frattempo, gli sbarchi a Lampedusa proseguono senza sosta, e la situazione si fa sempre più critica. L’Europa chiude la porta, ma per quanto?

Intervista al Ministro Frattini sulla crisi libica

marzo 18, 2011  |  Interviste, Politica estera No Comments
 

il ministro degli esteri frattiniIntervista al Ministro degli Esteri Franco Frattini sui delicati temi dell’attualità internazionale: crisi libica, rivolte nel mondo arabo, Giappone e nucleare in Italia.

  1. Dopo la risoluzione ONU favorevole alla No Fly Zone, il governo di Tripoli ha ordinato il cessate-il-fuoco sospendendo la sua offensiva contro i ribelli. Tuttavia, secondo i rivoltosi si tratta soltanto di un bluff. Nel frattempo, avete chiuso l’ambasciata a Tripoli e messo a disposizione basi e forze armate. Secondo lei, sarà necessario l’intervento militare? Come si risolverà la crisi libica?
  2. L’esodo verso le nostre coste è già iniziato. Come affronteremo il (probabile) sbarco di migliaia di disperati dall’altra sponda del Mediterraneo?
  3. Tensione altissima anche a Sana’a, in Bahrein e Arabia Saudita. Tutto il mondo arabo si sta sollevando contro i regimi, monarchie e dittature a cui è sottoposto. Come valuta, così come l’ha definito il nostro Capo di Stato, il “Risorgimento Arabo“? Che ripercussioni possono avere questi sconvolgimenti sul delicato scacchiere politico del Medio Oriente?
  4. Dopo l’apocalisse giapponese, l’Europa frena sul nucleare, mentre le Regioni si mostrano sempre più riluttanti ad ospitare le future centrali. Ritiene ancora opportuno che il nostro paese torni al nucleare?
  5. Le celebrazioni per il 150esimo dell’Unità si sono rivelate un successo ben oltre le previsioni della vigilia. Quanto è importante il ruolo di queste iniziative per risvegliare e rinfocolare il sentimento patriottico degli italiani?

Anche l’Egitto insorge. Mubarak rassegna le dimissioni

febbraio 12, 2011  |  Politica estera No Comments
 

egitto in rivoltaDopo la Tunisia, anche l’Egitto si solleva. Sull’onda delle proteste che stanno infiammando tutto il mondo arabo, anche il popolo egiziano trova la forza di dire basta, costringendo il presidente Hosni Mubarak, dopo un mese di manifestazioni e scontri, alle dimissioni. Cala così il sipario sul regime trentennale del rais, ritenuto dalle potenze occidentali l’ago della bilancia nello scacchiere mediorientale, la pedina “moderata” in un mosaico sempre potenzialmente esplosivo.
La scintilla della rivolta risale al 17 gennaio, quando al Cairo un uomo si dà fuoco, sulla scia di quanto accaduto in Tunisia al venditore ambulante Mohamed Bouazizi, divenuto simbolo della contestazione tunisina. Il 20 gennaio anche due operai si danno alle fiamme per protestare contro un trasferimento forzoso. I motivi della protesta sono simili a quelli della vicina Tunisia: carenza di lavoro, crisi economica, corruzione dilagante ed eccesso nel ricorso a misure repressive, ‘giustificate’ da uno stato d’emergenza prorogato e mai revocato da ben 30 anni, dall’assassinio del presidente Anwar al-Sadat per mano di estremisti islamici (1981). Una crisi fittizia che da allora ha conferito allo stato poteri speciali, assegnando alla polizia la facoltà di attuare arresti per periodi illimitati e permettendo il ricorso ai tribunali speciali: da qui, il ruolo insignificante di magistratura e parlamento, di fatto sottoposti al potere assoluto del regime di Mubarak.
La protesta esordisce ufficialmente il 25 gennaio, quando venticinquemila manifestanti scendono in piazza, a Il Cairo, per chiedere riforme politiche e sociali; una manifestazione che si trasforma in scontro aperto con le forze dell’ordine, con tumulti che lasciano sul terreno quattro vittime. Lo stesso giorno i principali social network, tra cui Twitter e Facebook, appaiono oscurati, probabilmente per evitare che le notizie in diretta sulle proteste nel paese facciano il giro del mondo.
Decine di migliaia di persone il 29 gennaio scendono in strada per chiedere che Mubarak abbandoni il potere, il giorno dopo che lo stesso presidente aveva gridato al complotto in diretta televisiva. Il numero uno egiziano, quindi, non molla l’osso, sebbene l’opinione pubblica internazionale si faccia sempre più pressante, con inviti a lasciare il potere anche da alleati storici come gli Stati Uniti. A nulla servirà sciogliere il governo e nominare come vice l’ex capo dell’intelligence, Omar Suleiman, perché gli scontri tra i sostenitori del rais e i manifestanti, sfociati nell’occupazione di piazza Tahrir di inizio febbraio, non accennano a placarsi.
Il 5 febbraio il primo spiraglio: si dimette l’esecutivo del Partito nazionale democratico e iniziano così le trattative tra il governo di Suleiman e i movimenti di protesta. Il destino del rais è ormai segnato: l’11 febbraio il vice presidente annuncia le dimissioni di Mubarak e migliaia di persone si riversano nelle strade della capitale per festeggiare la sua caduta. Il potere viene lasciato nelle mani di una giunta militare, presieduta dal feldmaresciallo Mohamed Hussein Tantawi, in attesa che venga emendata la costituzione e che venga predisposta la convocazione di prossime elezioni presidenziali. Nella speranza che dalle ceneri della rivoluzione nasca un Egitto migliore.

La Tunisia insorge. Finisce l’era di Ben Ali

gennaio 15, 2011  |  Politica estera No Comments
 

rivoluzione gelsomino tunisia e dimissioni ben aliDarsi fuoco e morire per protesta. La disperazione del popolo tunisino è tutta nel gesto di Mohamed Bouazizi, un ambulante come tanti, che il 17 dicembre scorso si è visto sequestrare la merce dalla polizia. Davvero troppo per un giovane alle prese con i problemi di un’intera generazione: disoccupazione crescente, preoccupazione per il rialzo dei prezzi dei beni di prima necessità quali pane, farina, zucchero e latte, rabbia per la corruzione dilagante sia nelle forze dell’ordine che in ogni livello della società, ma anche e soprattutto paura per l’indifferenza con cui il regime autoritario, capace soltanto di favorire il clientelismo e mettere il bavaglio a stampa e libertà di espressione, (non) affronta i problemi del paese. Un gesto concreto, estremo, che ha dato voce ad un’insoddisfazione da anni espressa attraverso il nuovo strumento del web e dei social network.
Un suicidio che ha dato il la alla protesta vera e propria: il 27 dicembre migliaia di giovani laureati disoccupati manifestano per le strade di Tunisi e vengono pesantemente colpiti dalla polizia.
Il rimpasto di governo del 29 dicembre non placa i movimenti di rivolta diffusi in tutto il paese. Anche perché la polizia continua a rispondere con la violenza alle manifestazioni: nel week-end nero dell’8 e 9 gennaio cadono sotto i colpi delle molotov e delle pallottole ben 25 persone. L’uso della forza amplifica ulteriormente la protesta, aggravando la crisi tunisina. Il 10 gennaio, in un intervento sulla tv nazionale, il presidente tunisino Ben Ali promette 300.000 posti di lavoro e l’elevazione del tenore di vita. Tuttavia, non mostra alcuna compassione per le vittime degli scontri, anzi dichiara che i manifestanti sono persino incolpabili di atti di terrorismo. Altra benzina sul fuoco dell’insoddisfazione di una protesta che non si accenna a placare. Viene chiesto l’intervento delle forze armate per sedare la rivolta, ma il capo di stato maggiore dell’esercito, Rachid Ammar, si rifiuta di sparare sui manifestanti. Uno storico ‘niet’ che si rivela fatale per il potere di Ben Ali. Infatti, appena tre giorni dopo, il presidente è costretto ad un clamoroso dietrofront: condanna gli atti violenti della polizia, si impegna a lasciare il potere nel 2014 e promette la libertà di stampa. Non basterà. Il popolo ormai vuole la sua testa, e meno di un’ora viene decretato lo stato d’emergenza e il coprifuoco in tutto il paese. Fino all’annuncio tanto atteso: il primo ministro Mohamed Ghannouchi dichiara di assumere la carica di presidente ad interim fino alle elezioni anticipate, e in serata viene dato l’annuncio che Ben Ali, dopo ventiquattro anni al potere, ha abbandonato la Tunisia.

Nigeria e Filippine, Natale di sangue

dicembre 28, 2010  |  Politica estera No Comments
 

Gli scontri religiosi mietono ancora una volta vittime in Nigeria e Filippine. E’ stato un Natale di sangue, quello del paese africano e dell’arcipelago asiatico. Nella città di Jos, capitale dello stato centrale di Plateau, una nuova escalation di violenze ha causato la morte di più di 30 persone. Alla vigilia di Natale sette bombe hanno fatto 32 morti e 72 feriti, mentre gli scontri tra cristiani e musulmani si sono protratti fino a Santo Stefano. Nel nord-est del paese, invece, durante le messe natalizie sono stati uccisi un sacerdote e cinque fedeli nell’assalto a tre chiese di Maiduguri. Violenze senza fine a cui il vicepresidente Namadi Sambo tenterà di porre un freno recandosi nei prossimi giorni a Jos. Nell’isola di Jolo (Filippine), Abu Sayyaf, un gruppo estremista legato ad Al Qaeda, ha colpito ancora, facendo esplodere una bomba sul tetto di una chiesa cattolica e ferendo il sacerdote e cinque fedeli. Rimangono dunque inascoltati gli appelli di Benedetto XVI, che ha manifestato “grande tristezza per l’attentato in una chiesa cattolica nelle Filippine, mentre si celebravano i riti del giorno di Natale, come pure l’attacco a chiese cristiane in Nigeria”. “In questo tempo del Santo Natale – ha aggiunto il Papa – il desiderio e l’invocazione del dono della pace si sono fatti ancora più intensi. Ma il nostro mondo continua ad essere segnato dalla violenza, specialmente contro i discepoli di Cristo”.

Thaci è il primo premier del Kosovo indipendente

dicembre 16, 2010  |  Politica estera No Comments
 

Hashim Thaci, primo premier del KosovoHashim Thaci è il primo premier nella storia ‘ufficiale’ del Kosovo. Questo è il verdetto delle elezioni legislative di dicembre, le prime post-indipendenza (ricordiamo che il neonato paese balcanico è stato riconosciuto soltanto da 42 paesi, tra cui non è compresa la Serbia), dove il leader del Partito democratico del Kosovo (PdK) ha prevalso con il 35% dei consensi sul leader della Lega democratica (Ldk), Isa Mustafa, fermatosi al 25%. Al potere dal 2007, l’ex membro dell’UCK, l’Esercito di Liberazione kosovaro, ha ottenuto il sostegno popolare anche dopo il raggiungimento dello storico traguardo dell’indipendenza.
Il successo del “serpente” (il famoso nome di guerra di Thaci), però, è macchiato da dubbi e inquietanti ombre. Il voto è stato boicottato in massa nel nord a maggioranza serba, mentre tutti i partiti sconfitti hanno denunciato irregolarità e brogli tali da ipotizzare una ripetizione delle elezioni. Ma il premier ha ben altro a cui pensare. Sulla sua testa pendono gravissime accuse: Thaci, durante e dopo la guerra del 1999, avrebbe preso parte a crimini efferati, predisponendo l’espianto di organi a vittime serbe e albanesi. Questo è quel che afferma Dick Marty, il senatore svizzero che ha riportato a galla le memorie dell’ex procuratrice dell’Aja Del Ponte rese pubbliche nel 2008.
Le accuse personali si stagliano su un quadro politico-economico nazionale poco incoraggiante. Unico paese dell’area balcanica tagliato fuori dall’area bianca di Schengen (i cittadini appartenenti all’area, pur non facendo parte dell’UE, possono muoversi all’interno dell’Unione senza visto), ha un tasso di disoccupazione (48%) e povertà (il 45% delle famiglie vive sotto la soglia minima) alle stelle. Inoltre, le rimesse degli emigranti, gli investimenti dall’estero e l’assistenza internazionale sono in calo. L’aumento della spesa pubblica, unica strategia adottata dal governo di Pristina dalla proclamazione di indipendenza del 2008, non basta più. Tra problemi personali e nazionali, riuscirà il “serpente” a risollevare le sorti del neonato Kosovo?