Politica estera


Sakineh finalmente libera. Anzi no

dicembre 09, 2010  |  Post by: Michael Vittori  |  Politica estera 1 Comments

Sakineh liberataPARTE 1: L’ILLUSIONE

Sakineh Mohammadi Shtiani è finalmente libera. Dopo quattro anni di carcere, la donna iraniana condannata alla lapidazione per adulterio è stata liberata ieri insieme al figlio Sajjad Qaderzadeh e all’avvocato Javid Hutan Kian. Questo quanto riferito pochi minuti fa dal “Comitato Internazionale contro la lapidazione” alle maggiori agenzie di stampa. Decisive, secondo il presidente del Comitato Mina Ahadi, “le pressioni internazionali su Teheran e la campagna mediatica a favore di Sakineh” e il recente intervento del presidente brasiliano Inazio Lula da Silva. Il Comitato tiene poi a precisare che il rilascio è stato incondizionato, visto che “né Sakineh né suo figlio o l’avvocato avrebbero i soldi per pagarla“.
Dopo mesi di mobilitazione internazionale è dunque giunta a buon fine la vicenda Sakineh. Teheran ha ceduto di fronte alle crescenti pressioni di organizzazioni, ONG e governi di tutto il mondo, facendo dietrofront dopo aver ripetutamente rinviato la sentenza e liberando la donna incarcerata nel 2006 con l’accusa di adulterio e concorso nell’omicidio del marito.
Con questa lietissima novella, filtra un piccolo spiraglio di luce da uno dei paesi più antidemocratici e illiberali del mondo. Ora, però, la vera sfida sarà garantire dignità e diritti a tutte le donne iraniane, altrimenti la mobilitazione per Sakineh in parte sarà stata vana.

PARTE 2: LA CRUDELE BEFFA

Il pezzo appena redatto da milioni di testate è finito però presto nel cestino. La notizia della liberazione di Sakineh è stata infatti smentita poche ore dopo. Una smentita che sa di crudele beffa: la donna era stata riaccompagnata a casa insieme al figlio soltanto per confessare, per l’ennesima volta, i suoi presunti reati, e produrre una ricostruzione video dell’omicidio sulla scena del delitto. Una confessione che verrà trasmessa in serata in un’emittente televisiva iraniana come già accaduto in passato. Da qui le foto che sembravano testimoniarne la liberazione.
Nessun rilascio dunque per quella che si è rilevata una bufala colossale. L’Iran non abbassa la testa e anzi rilancia: “Vediamo dietro la propaganda occidentale sul caso giudiziario relativo alla Mohammadi-Ashtiani un tentativo politico di minare la Repubblica islamica“. Come a dire: stolti, vi eravate forse illusi di averci intimorito e costretto alla resa?
Secondo le fonti del Comitato internazionale antilapidazione (lo stesso che aveva diffuso la notizia del rilascio), invece, la liberazione è realmente avvenuta salvo poi essere revocata; il regime avrebbe usato il suo rilascio per volgere a proprio favore i colloqui con il gruppo del 5+1 sul nucleare.
Ad ogni modo, il calvario di Sakineh continua, e il lieto fine appare soltanto una chimera.

Myanmar, elezioni farsa

novembre 25, 2010  |  Post by: Michael Vittori  |  Politica estera No Comments

il dittatore birmano Than ShweAlzi la mano se qualcuno si era illuso che Myanmar stesse per intraprendere la strada verso la democratizzazione. Le prime elezioni dal 1990, annunciate in pompa magna dal regime di Rangoon qualche mese fa, si sono rivelate una farsa totale. Come ampiamente previsto, infatti, il Partito dell’Unione della solidarietà e dello Sviluppo e il Partito dell’Unità Nazionale, le forze appoggiate dai militari, hanno vinto a mani basse. Sconfiggendo una concorrenza pressoché nulla: la Lega Nazionale per la Democrazia, il principale partito di opposizione vincitore delle ultime elezioni nel 1990 guidato dal premio Nobel Aung San Suu Kyi, tuttora agli arresti domiciliari, ha boicottato la tornata, mentre sul totale di 3mila candidati in lizza ben 2mila sono imprigionati come attivisti e oppositori politici. Se l’opposizione è stata soffocata, ai birmani, tra intimidazioni, brogli e minacce, non rimaneva comunque che votare i burattini di Than Shwe. Il dittatore, dunque, lascerà formalmente il potere, ma in realtà continuerà a spadroneggiare sul paese asiatico.
Proseguono così le sofferenze del popolo birmano, tra i più oppressi del pianeta, così come la guerra civile tra la minoranze etniche (il 35% della popolazione nazionale) e la casta birmana dominante. Un quadro di instabilità che il voto non ha fatto che esacerbare, specialmente in quelle zone in cui la giunta militare si è rifiutata di installare dei seggi, e che ha portato a nuovi scontri con i karen e l’esodo di 10mila persone verso la vicina Thailandia.

Il Brasile si tinge di rosa

novembre 03, 2010  |  Post by: Michael Vittori  |  Politica estera No Comments

dilma rousseff presidente brasileBrasilia - Crescente progresso economico, sveltezza burocratica e pari opportunità concrete e reali. Verrebbe quasi da invidiare il Brasile, paese appartenente al cosiddetto secondo mondo ma che, a differenza di nazioni (teoricamente) più avanzate come Italia e Stati Uniti, ha eletto al soglio della presidenza, per la prima volta nella sua storia, una donna. Dilma Rousseff è infatti il nuovo numero uno verdeoro: la 62enne pupilla di Lula, presidente uscente dopo due mandati consecutivi, ha infatti sconfitto al ballottaggio il rivale José Serra ottenendo il 55% dei consensi. Un successo storico decretato in tempi record. Grazie al moderno sistema delle urne elettroniche, infatti, lo scrutinio del 92% dei voti (percentuale necessaria a sancire la vittoria del candidato del Pt) è avvenuto in appena 1 ora e quattro minuti. Ma chi è il nuovo presidente in gonnella del paese sudamericano? Nata in una famiglia di classe medio-alta da padre bulgaro (avvocato e imprenditore) e madre brasiliana, Dilma Vana Rousseff ha alle spalle anni di militanza politica nel Partito dei Lavoratori (Pt) al fianco del suo mentore e predecessore, Luiz Inacio Luala da Silva. Ma il suo cammino verso il successo è stato tutt’altro che in discesa. Donna coraggiosa e combattiva, la giovane Dilma partecipò attivamente alla lotta contro il regime militare (1964-1985), scelta che le fece abbracciare la causa della guerriglia e della resistenza in organizzazioni come il COLINA (Comando de Libertacao Nacional) e la VAR Palmares (Vanguarda Armada Revolucionaia Palmares). Esperienze che le costarono tre anni di prigione tra il 1970 e il 1972, dove venne torturata per 22 giorni.
Ripartì da Rio Grande del Sud, dove, insieme a Carlos Araujo, suo compagno per oltre trent’anni, contribuì alla fondazione del Partido Democratico Trabalhista (PDT), per confluire poi nelle file del Partido dos Trabalhadores (PT) nel 2001. Da quattro anni è ministro della Casa Civil, una sorta di sottosegretario alla presidenza del consiglio, istituito per ‘fare pulizia’ dopo il grave scandalo di corruzione che ha investito il governo nel 2005. Ora il traguardo e compito più grande. Ma siamo certi che la coraggiosa ex guerrigliera, chiamata a raccogliere la pesante eredità di Lula dal 31 gennaio 2011, vincerà anche questa sfida.

Serbia, l’ingresso nell’UE si avvicina

ottobre 25, 2010  |  Post by: Michael Vittori  |  Politica estera No Comments

Belgrado si avvicina all’Europa. Dopo una lunga fase di stallo, lo scorso 25 ottobre i 27 ministri degli esteri dei paesi appartenenti all’UE hanno sbloccato la domanda di adesione della Serbia, che potrà ora passare all’esame della Commissione europea.
Un importantissimo passo in avanti nel negoziato tra Bruxelles e Belgrado che rimane però condizionato, come da approvata richiesta olandese, ai progressi nella cooperazione del governo serbo con il Tribunale internazionale dell’Aja. Il Tpi, infatti, vuole avvalersi dell’indispensabile collaborazione di Belgrado per arrivare all’arresto di tutti i criminali di guerra latitanti, in particolare dell’ex generale serbo-bosniaco, Ratko Mladic, e dell’ex leader politico serbo-croato, Goran Hadzic, accusati di crimini contro l’umanità e genocidi. Se il grado di cooperazione sarà giudicato soddisfacente all’unanimità, è ragionevole pensare che nell’arco di un anno Belgrado coronerà il suo sogno: ottenere lo status di Paese candidato UE, l’ultimo passo verso il definitivo ingresso nell’Unione.
Commenti soddisfati dalla Farnesina, secondo cui la decisione dei 27 rappresenta un «giusto segnale» che arriva «al momento giusto per la Serbia e l’intera regione balcanica». Un «segnale concreto – proseguono le fonti ufficiali – per la prospettiva europea di un paese che l’Italia e il ministro Frattini, con il suo impegno personale, hanno fortemente incoraggiato».

Caso Sakineh, prosegue la mobilitazione

settembre 02, 2010  |  Post by: Michael Vittori  |  Politica estera No Comments
Continua la mobilitazione internazionale a favore di Sakineh Mohammadi Shtiani, la 43enne iraniana condannata alla morte per lapidazione per l’accusa di adulterio e concorso in omicidio del marito. Al di là delle dichiarazioni di facciata del regime di Teheran, il destino della donna, madre di due figli rinchiusa nel carcere di Tabriz da quattro anni e già punita per il presunto tradimento del consorte con 99 frustate, sembra già segnato (basti pensare che l’avvocato difensore della condannata nonché noto attivista per i diritti umani, Mohammad Mostafai, è stato costretto ad abbandonare il paese pena l’immediato arresto). Il portavoce del ministero degli Esteri, Ramin Mehmanparast, ha infatti sottolineato che il verdetto “è ancora sotto esame” e ha spiegato che questo tipo di sentenze viene eseguito soltanto dopo un parere giuridico approfondito: ”Per le sentenze più dure, noi seguiamo una procedura lunga e meticolosa. Questo verdetto è attualmente sottoposto a revisione e solo quando i giudici arriveranno ad una conclusione finale ci sarà l’annuncio”, le sue parole. La condanna a morte è stata dunque temporaneamente sospesa. Uno stop non certo dettato da un ripensamento dei magistrati iraniani, bensì dalle denunce di Amnesty International e dalle prime proteste di alcuni leader politici stranieri di spicco.
Nel frattempo, però, la vicenda si è trasformata in un caso diplomatico internazionale. Pesantissime e infamanti gli insulti rivolti a fine agosto dal quotidiano ultraconservatore Kayhan verso Carla Bruni, definita “prostituta italiana” che “merita soltanto la morte”. Motivo di tale feroce attacco? L’appoggio della ‘premiere dame’ di Francia alla campagna di sostegno verso Sakineh e il ruolo di primo piano assunto dal paese transalpino nella mobilitazione internazionale a suo favore. E’ stata Parigi, infatti, ad ‘invocare’ e richiedere all’Unione Europea l’applicazione di sanzioni economiche nei confronti del regime di Teheran in caso di effettiva esecuzione della pena.
Anche l’Italia si sta muovendo per salvare la vita della donna iraniana. Con un impegno bipartisan come quello dello scorso 2 settembre, quando forze politiche di opposto schieramento (Verdi, La Destra, Prc, Italia dei Valori, Pd) hanno organizzato un sit in di protesta di fronte all’ambasciata iraniana a Roma. Ancor di più ha fatto il sindaco della Capitale, Gianni Alemanno: sua l’idea di affiggere una gigantografia di Sakineh in Piazza del Campidoglio. “Questa piazza è il cuore di Roma - ha spiegato - Da qui sono partiti i messaggi di libertà e giustizia. Non è pensabile che una giovane donna per un reato minore venga lapidata e uccisa. Dobbiamo sostenere tutti questa iniziativa”. Belle parole che si sommano agli appelli di intellettuali, filosofi e personalità politiche di tutto il globo e ad una raccolta di firme indetta dalla stampa francese che ha già raccolto quasi 100mila adesioni. Basteranno per salvare Sakineh? La battaglia per un mondo più civile e democratico passa anche da qui.

In Europa esplode il problema rom

agosto 23, 2010  |  Post by: Michael Vittori  |  Politica, Politica estera No Comments

Esplode il problema rom in Europa. A porlo in tutta la sua evidenza, i rimpatri “volontari” fortemente voluti dal presidente francese Nicolas Sarkozy. Espulsioni partite ufficialmente lo scorso 19 agosto e miccia di un’accesissima discussione che sta coinvolgendo tutta l’Unione Europea, per quella che è ormai una questione non più procrastinabile. Che fare con i rom, cittadini dell’Ue di fatto, ma spesso confinati in campi abusivi e restii ad adottare usi e stile di vita ‘europei’? Come integrarli nel tessuto economico e sociale di Francia, Italia, ecc.. e porre fine ad una situazione anomala, quasi da ghetto? Interrogativi rimasti tali, a cui Parigi, un po’ come successe a Roma con l’enorme campo del Casilino, ha però deciso di rispondere con il pugno di ferro.

L’antefatto- Tutto ha inizio con i fatti di Saint-Aignan. La dura reazione dell’Eliseo affonda infatti le sue radici negli episodi di guerriglia di fine luglio del piccolo villaggio della Loira, dove la locale comunità rom ha reagito violentemente all’uccisione di un suo giovane membro da parte della polizia. La morte del ragazzo, freddato in circostanze poco chiare per essere sfuggito ad un controllo, ha scatenato la furia cieca dei suoi connazionali, che hanno distrutto la gendarmeria locale e messo a ferro e fuoco il piccolo villaggio. La reazione di Sarkozy non si è fatta attendere. Il presidente, storicamente poco ‘amichevole’ nei confronti dei nomadi –nonostante le sue origini; il padre è un aristocratico rom ungherese naturalizzato francese- già durante il suo mandato al Ministero dell’Interno nei governi Raffarin e de Villepin, ha prontamente cavalcato un’ostilità diffusa nel paese al fine di recuperare consensi a destra, ‘rivitalizzando’ così un mandato tutto sommato deludente e infangato dallo scandalo Bettencourt. Nel giro di poche ore ha convocato un vertice speciale per affrontare “i problemi di sicurezza che pongono i comportamenti inaccettabili di alcuni nomadi e rom”, i quali, sempre secondo Sarkò e il suo entourage, non fanno “nulla per integrarsi”. Un vero e proprio attacco alla comunità rom in quanto tale, una stigmatizzazione dell’etnia in toto in stile Le Pen, a cui ha fatto seguito l’ordine di smantellamento di 300 campi (la metà di quelli presenti in territorio francese) entro settembre e l’espulsione di tutti nomadi colpevoli di qualsivoglia reato. A nulla sono valsi i moniti del Vaticano (“giusto accogliere diversità umane”, il messaggio di Benedetto XVI nell’Angelus di domenica 22 agosto), l’indignazione di Romania e Bulgaria e i richiami ufficiali dell’Unione Europea, che ha intimato Parigi di “rispettare le regole sulla libera circolazione e residenza dei cittadini europei”. I rimpatri volontari, così chiamati perché i circa 700 nomadi che rientreranno in Romania e Bulgaria lo faranno su “base volontaria” e previa riscossione di 300 euro (100 per i minori), sono partiti nonostante tutto e tutti.

Espulsioni inutili- Certo, l’Eliseo si è avvalso di una direttiva che prevede la possibilità di rimpatriare quei cittadini comunitari che non abbiano i requisiti per vivere in un altro Paese membro: reddito minimo, adeguata dimora e non essere a carico dei servizi sociali. Ma la misura adottata Oltralpe fa acqua da tutte le parti. E’ persino fin troppo evidente come le centinaia di romeni e bulgari espatriati potranno tranquillamente rientrare in suolo francese in qualsiasi momento, essendo di fatto cittadini dell’Unione Europea dal 2007. Magari utilizzando proprio i 300 euro generosamente versati da Parigi. Potranno rimanervi privi di visto e soggiornarvi fino a tre mesi, senza stabile residenza né alcuna ragione di lavoro o studio, per poi finire relegati nuovamente nella clandestinità.

Palla a Bruxelles- La questione rom, un profondo problema d’integrazione socio-culturale, non è mai stato definitivamente risolto da Bucarest e Sofia, paesi usciti con fatica da 50 anni di comunismo. L’UE ha commesso il gravissimo errore di sottovalutarlo, perpetrando quello che è ormai un vizio ricorrente: la mancanza di una linea politica comune sui temi più delicati e scottanti quali immigrazione e integrazione. Ora la bomba è esplosa. E, se un leader moderato come Sarkozy arriva a stigmatizzare un’intera etnia, raccogliendo per altro il plauso di numerosi altri politici, è sensato affermare che il rischio di derive xenofobe è fortissimo. Non saranno certo un pugno di espulsioni “pagate”, un’iniziativa populista e un palliativo a dipanare il nodo della matassa. Ora la palla passa a Bruxelles, nella speranza che, seppur in colpevole ritardo, si arrivi ad una soluzione “cum grano salis”.

Storico No alla corrida. La Catalogna pone fine alla tortura dei tori

luglio 23, 2010  |  Post by: Michael Vittori  |  Politica estera No Comments

la catalogna abolisce la corridaBarcellona- Prou! Con 68 voti a favore, 55 contrari e nove astensioni il Parlamento catalano dice basta (in catalano, prou) alle corride. Dal 2012 la Catalogna sarà la seconda regione spagnola dopo le Canarie (dove non si tengono più corride dal 1991) a vietare la tauromachia. Una legge storica partita dal basso, dalle 180000 firme raccolte dall’associazione Prou! spalleggiate da altre 140mila adesioni, provenienti da 120 paesi diversi, messe insieme dalla Società mondiale per la protezione degli animali. Un anno e mezzo dopo, il parlamento catalano ha fatto suo il sentore popolare abolendo lo sport nazionale iberico sul proprio territorio.
Ennesima presa di distanza da Madrid e manifestazione delle proprie istanze indipendentiste? Poco importa, dato che, come ha sottolineato il parlamentare del CiU (il partito nazionalista catalano) Jose Rull, “ci sono alcune tradizioni che non possono restare congelate nel tempo; non dobbiamo proibire ogni cosa, ma sicuramente le cose più degradanti”. E allora anche l’indennità di 300 milioni di euro richiesta dagli impresari del business taurino – indubbiamente un bel contraccolpo economico per la regione a statuto speciale – passa in secondo piano.
D’altronde, non serve possedere la sensibilità di un animalista per restare indignati di fronte all’inutile e atroce sofferenza di centinaia e centinaia di animali, mandati al macello nel nome di un’antica tradizione. Ma nel XVI secolo pure le impiccagioni pubbliche e gli autodafé erano uno spettacolo all’ordine del giorno, apprezzato dalle grandi masse tanto quanto le corride. Dunque, perché continuare a perseverare, anno domini 2011, contro chi non può nemmeno obiettare e difendersi? In Catalogna l’hanno capito: “Fatti non” fummo “per vivere bruti”.

  • Vita notturna in Romagna

    Se volete saperne di più anche sulla nightlife della riviera romagnola, luogo in cui sono nato e vivo, potete andare nella sezione eventi, ma soprattutto consultare la guida più esaustiva sugli eventi nelle discoteche della riviera romagnola, NOTTI ROMAGNOLE.
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