PARTE 1: L’ILLUSIONE
Sakineh Mohammadi Shtiani è finalmente libera. Dopo quattro anni di carcere, la donna iraniana condannata alla lapidazione per adulterio è stata liberata ieri insieme al figlio Sajjad Qaderzadeh e all’avvocato Javid Hutan Kian. Questo quanto riferito pochi minuti fa dal “Comitato Internazionale contro la lapidazione” alle maggiori agenzie di stampa. Decisive, secondo il presidente del Comitato Mina Ahadi, “le pressioni internazionali su Teheran e la campagna mediatica a favore di Sakineh” e il recente intervento del presidente brasiliano Inazio Lula da Silva. Il Comitato tiene poi a precisare che il rilascio è stato incondizionato, visto che “né Sakineh né suo figlio o l’avvocato avrebbero i soldi per pagarla“.
Dopo mesi di mobilitazione internazionale è dunque giunta a buon fine la vicenda Sakineh. Teheran ha ceduto di fronte alle crescenti pressioni di organizzazioni, ONG e governi di tutto il mondo, facendo dietrofront dopo aver ripetutamente rinviato la sentenza e liberando la donna incarcerata nel 2006 con l’accusa di adulterio e concorso nell’omicidio del marito.
Con questa lietissima novella, filtra un piccolo spiraglio di luce da uno dei paesi più antidemocratici e illiberali del mondo. Ora, però, la vera sfida sarà garantire dignità e diritti a tutte le donne iraniane, altrimenti la mobilitazione per Sakineh in parte sarà stata vana.
PARTE 2: LA CRUDELE BEFFA
Il pezzo appena redatto da milioni di testate è finito però presto nel cestino. La notizia della liberazione di Sakineh è stata infatti smentita poche ore dopo. Una smentita che sa di crudele beffa: la donna era stata riaccompagnata a casa insieme al figlio soltanto per confessare, per l’ennesima volta, i suoi presunti reati, e produrre una ricostruzione video dell’omicidio sulla scena del delitto. Una confessione che verrà trasmessa in serata in un’emittente televisiva iraniana come già accaduto in passato. Da qui le foto che sembravano testimoniarne la liberazione.
Nessun rilascio dunque per quella che si è rilevata una bufala colossale. L’Iran non abbassa la testa e anzi rilancia: “Vediamo dietro la propaganda occidentale sul caso giudiziario relativo alla Mohammadi-Ashtiani un tentativo politico di minare la Repubblica islamica“. Come a dire: stolti, vi eravate forse illusi di averci intimorito e costretto alla resa?
Secondo le fonti del Comitato internazionale antilapidazione (lo stesso che aveva diffuso la notizia del rilascio), invece, la liberazione è realmente avvenuta salvo poi essere revocata; il regime avrebbe usato il suo rilascio per volgere a proprio favore i colloqui con il gruppo del 5+1 sul nucleare.
Ad ogni modo, il calvario di Sakineh continua, e il lieto fine appare soltanto una chimera.
Alzi la mano se qualcuno si era illuso che Myanmar stesse per intraprendere la strada verso la democratizzazione. Le prime elezioni dal 1990, annunciate in pompa magna dal regime di Rangoon qualche mese fa, si sono rivelate una farsa totale. Come ampiamente previsto, infatti, il Partito dell’Unione della solidarietà e dello Sviluppo e il Partito dell’Unità Nazionale, le forze appoggiate dai militari, hanno vinto a mani basse. Sconfiggendo una concorrenza pressoché nulla: la Lega Nazionale per la Democrazia, il principale partito di opposizione vincitore delle ultime elezioni nel 1990 guidato dal premio Nobel Aung San Suu Kyi, tuttora agli arresti domiciliari, ha boicottato la tornata, mentre sul totale di 3mila candidati in lizza ben 2mila sono imprigionati come attivisti e oppositori politici. Se l’opposizione è stata soffocata, ai birmani, tra intimidazioni, brogli e minacce, non rimaneva comunque che votare i burattini di Than Shwe. Il dittatore, dunque, lascerà formalmente il potere, ma in realtà continuerà a spadroneggiare sul paese asiatico.
Continua la mobilitazione internazionale a favore di Sakineh Mohammadi Shtiani, la 43enne iraniana condannata alla morte per lapidazione per l’accusa di adulterio e concorso in omicidio del marito. Al di là delle dichiarazioni di facciata del regime di Teheran, il destino della donna, madre di due figli rinchiusa nel carcere di Tabriz da quattro anni e già punita per il presunto tradimento del consorte con 99 frustate, sembra già segnato (basti pensare che l’avvocato difensore della condannata nonché noto attivista per i diritti umani, Mohammad Mostafai, è stato costretto ad abbandonare il paese pena l’immediato arresto). Il portavoce del ministero degli Esteri, Ramin Mehmanparast, ha infatti sottolineato che il verdetto “è ancora sotto esame” e ha spiegato che questo tipo di sentenze viene eseguito soltanto dopo un parere giuridico approfondito: ”Per le sentenze più dure, noi seguiamo una procedura lunga e meticolosa. Questo verdetto è attualmente sottoposto a revisione e solo quando i giudici arriveranno ad una conclusione finale ci sarà l’annuncio”, le sue parole. La condanna a morte è stata dunque temporaneamente sospesa. Uno stop non certo dettato da un ripensamento dei magistrati iraniani, bensì dalle denunce di Amnesty International e dalle prime proteste di alcuni leader politici stranieri di spicco.
Esplode il problema rom in Europa. A porlo in tutta la sua evidenza, i rimpatri “volontari” fortemente voluti dal presidente francese Nicolas Sarkozy. Espulsioni partite ufficialmente lo scorso 19 agosto e miccia di un’accesissima discussione che sta coinvolgendo tutta l’Unione Europea, per quella che è ormai una questione non più procrastinabile. Che fare con i rom, cittadini dell’Ue di fatto, ma spesso confinati in campi abusivi e restii ad adottare usi e stile di vita ‘europei’? Come integrarli nel tessuto economico e sociale di
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