L’ultimo periodo di apartheid

LA COMPARSA DELL’AIDS DURANTE L’ERA BOTHA (1982-’89)

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Pieter Willem Botha

Botha, l’ultimo presidente sudafricano dell’era apartheid. Sottovalutò l’Aids

Il primo caso di sindrome da immunodeficienza in Sudafrica venne diagnosticato nel 1982 in un ragazzo omosessuale; lui e la comunità gay di cui faceva parte vennero confinati in una struttura sanitaria per evitare la possibile propagazione del virus.
La reazione a questo primo caso evidenzia la politica intrapresa dal regime di Botha contro l’HIV, considerata in maniera semplicistica come una malattia che colpisce soltanto determinati gruppi della popolazione, tra cui omosessuali, prostitute e tossicodipendenti. Certi ambienti clericali liquidarono la malattia come “punizione per i peccati” .
La comparsa del virus si inseriva in un contesto politico, sociale ed economico molto delicato: il paese era invischiato nella feroce legge della segregazione razziale, isolato dalla scena internazionale, e sottoposto a sanzioni economiche. Gli anni ’80 videro sorgere una forte resistenza anti-apartheid, rappresentata dall’ANC di Nelson Mandela, e la lotta politica si trasformò in guerriglia urbana permanente.
In questa situazione il governo si trovava impegnato, oltre che nel reprimere la resistenza, nel tentativo di mantenere le redini di un sistema che stava andando in frantumi; inevitabilmente i primi casi di infezione sul territorio nazionale ricevettero un’attenzione pressoché minima.

1.2 IL RUOLO DELLE ONG

Non appena il numero delle infezioni salì e divenne chiaro che la sindrome da HIV stava diventando un’epidemia a diffusione eterosessuale, alcune organizzazioni mediche e non governative iniziarono ad occuparsi della problematica. A partire dalla metà degli anni ’80 il National Institute of Virology (NIV) e il South African Institute of Medical Research (SAIMR) istituirono dei sistemi di sorveglianza e di raccolta dati sull’AIDS; tuttavia, il sistema offriva dei dati incompleti, poiché era basato sulla comunicazione volontaria: il livello di discriminazione era già troppo alto per incorrere nel rischio di sottoporsi a questa ulteriore prova.
Conseguentemente i casi registrati nel triennio 1982-’85 furono solamente 22, ma già nei primi mesi del 1986 la cifra salì esponenzialmente a 34 .
La mancanza di una decisa presa di posizione del governo spinse alcuni gruppi di persone, sia a livello locale, che nazionale, a creare reti di sostegno e assistenza per le persone malate, nonché a intraprendere iniziative di ricerca e informazione sull’AIDS (AIDS Consortium, AIDS Legal Network).
È questo il periodo in cui le ONG (Organizzazioni Non Governative) iniziano ad assumere un ruolo sempre più importante nell’erogazione di servizi sanitari, nel campo dell’aiuto umanitario e nella cosiddetta “policy advocacy” in tutto il continente africano. Le ONG e i progetti religiosi si diffusero in tutto il Sudafrica, soprattutto nelle zone rurali, e crearono la cosiddetta Community-based HIV/AIDS care and support (CBCS). Nonostante le difficoltà derivanti dalla disponibilità finanziaria, questa rimase per alcuni anni l’unica forma di assistenza diretta per i malati e le loro famiglie.

1.3 MANCANZA DI VOLONTA’ POLITICA E STRUTTURE ADEGUATE

La prima risposta da parte del governo arrivò solamente nel 1987, quando il DNHPD (Department of National Health and Population Development) diede vita agli AIDS Training and Information Centres nei grandi agglomerati urbani, affrontando, quindi, la problematica dal punto di vista della prevenzione più che della cura. Gli ATICS non coprivano, però, le esigenze della popolazione coinvolta e denunciavano la mancanza di tempismo del governo sudafricano. Infatti, in quegli stessi anni, un paese meno sviluppato come l’Uganda stava dimostrando che il virus poteva essere sconfitto grazie ad un’azione immediata e con un commitment politico solido: questa è da molti definita una “success story”, poiché l’epidemia è stata debellata con rapidità eccezionale, nonostante il grado di sottosviluppo e povertà che affliggeva, e tuttora affligge, questo paese.
Il sistema stesso dell’apartheid aveva reso il paese più vulnerabile alla diffusione della malattia. Innanzitutto la disparità del servizio sanitario, pensato su basi razziali, lasciava in balia degli healers o dei progetti comunitari tutta la popolazione rurale a prevalenza nera, la parte più colpita dal virus. Le proporzioni che l’epidemia poteva raggiungere nelle zone rurali erano inimmaginabili, almeno fino alla prima ricerca del DNHPD (1990) che rilevò il tasso più alto di sieropositività nella regione del Kwa
Zulu
.
In secondo luogo, il sistema sanitario stesso risultava deficitario di per sé, al di là del suo carattere razzista. Le risorse finanziarie e strutturali erano carenti e mal distribuite, concentrandosi nelle zone urbane. Il sistema di prevenzione e cura di base era sottosviluppato, se non inesistente: gran parte delle risorse sanitarie del paese era monopolio del settore privato. Quest’ultimo si era rivelato, inoltre, più redditizio ed efficiente anche per il personale medico, provocando una delle due forme di “brain drain” : l’”internal drain”. Salari insufficienti, mancanza di incentivi finanziari e scarse politiche pensionistiche spinsero il personale medico a spostarsi dal settore pubblico a quello privato, o ad emigrare verso il Nord America e l’Europa (“esternal drain”). Il problema sussiste ancora oggi, e nel decennio 1987-’97 ben 41000 professionisti hanno lasciato il Sudafrica.
Le campagne di informazione sul virus, con messaggi diversi per i bianchi e per i neri, venivano considerate tipiche della propaganda governativa razzista. Esemplare una campagna anti-AIDS volta a spaventare la popolazione nera con immagini di una bara e di un funerale, mentre alcuni graffiti sullo sfondo alludevano a relazioni sessuali “promiscue”.

In questo clima le teorie della cospirazione si moltiplicarono, e molti membri dell’ANC in esilio denunciarono il presunto vero scopo delle restrizioni in campo sessuale promosse dal regime: il genocidio dei neri. Ogni tentativo di azione veniva vanificato così dalle feroci lotte intestine, mentre l’epidemia si diffondeva nel paese.

1.4 LE PRIME INIZIATIVE CONCRETE

Frederik De Klerk e Mandela

Il passaggio De Klerk – Mandela sancisce la fine dell’apartheid. Il problema Aids inizia ad essere affrontato

Nel 1990 Frederik de Klerk successe al dimissionario Botha alla presidenza sudafricana e diede inizio ad una politica di apertura nei confronti della maggioranza nera. Egli diede avvio ai negoziati per una costituzione democratica e abolì progressivamente la legislazione segregazionista, legalizzando l’African National Congress (ANC) e scarcerandone il leader, Nelson Mandela, insieme ad altri prigionieri politici.
Gli esuli dell’ANC, al loro rientro in patria, testimoniarono gli effetti devastanti che l’AIDS stava avendo all’interno di altre società africane, in particolare nei paesi dove avevano trovato asilo politico (Tanzania, Zambia, ecc…).
La questione dell’AIDS venne finalmente dibattuta in una conferenza su salute e welfare a Maputo, in Mozambico. Vi parteciparono i rappresentanti dell’ANC insieme a numerose associazioni anti-apartheid, e venne promulgata una risoluzione in cui si richiedeva un’azione immediata da parte delle organizzazioni progressiste in merito all’impellente crisi causata dall’epidemia. I delegati vennero invitati ad assumere un ruolo guida nelle campagne anti-AIDS, per ovviare all’inefficienza e alla diffusione di informazioni scorrette perpetrata dal regime segregazionista.
Fu sempre grazie al partito di Mandela, e al COSATU (Congress of South Africa Trade Unions) , che per la prima volta venne lanciata nel paese una conferenza sull’argomento, per di più unitamente al DHNPD (ottobre 1992). Una delle esigenze che si avvertì sin dall’inizio era quella di formulare un piano concreto, e creare una convenzione nazionale sull’AIDS: dopo due anni di consultazioni nacque il National AIDS Committee of South Africa (NACOSA).
Nonostante questa nuova presa di coscienza, permanevano in ogni caso diverse difficoltà nella lotta all’epidemia. Pur avendo quadruplicato il budget a disposizione nel biennio 1991-‘93, le risorse finanziarie rimanevano insufficienti, come denunciava il giornale liberale Business Day. Il governo e l’allora ministro della sanità Venter giustificavano la carenza di risorse, e la mancata distribuzione di farmaci anti-AIDS, mostrando i vincoli finanziari a cui erano costretti.

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