La democrazia con Mandela

2.1 IL NACOSA E IL NATIONAL AIDS PLAN

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Nelson Mandela

Arriva Nelson Mandela e con lui i primi piani anti Aids

Nel 1994, con il passaggio al regime democratico sotto la presidenza di un leader carismatico come Nelson Mandela, che diede credibilità e legittimità agli interventi del governo, il Sudafrica si trovò, finalmente, nella posizione di potersi concentrare sull’epidemia, liberandosi dalle implicazioni politiche che essa aveva acquisito precedentemente.
Il nuovo governo abbracciò da subito il NACOSA, che si prefiggeva sei obiettivi fondamentali: educazione e prevenzione, counselling, salute, diritti umani e riforme legislative, welfare e ricerca. Uno dei membri fondatori, la Dott.ssa Dlamini-Zuma, era diventata nel frattempo il nuovo ministro della sanità.
Il NACOSA venne dichiarato un “Presidential Lead Project” , status che dava a tutte le attività ad esso inerenti una precedenza di accesso alle risorse finanziarie; venne successivamente trasformato in un progetto nazionale ufficiale, sotto il nome di National AIDS Programme. A capo del progetto venne nominato come direttore un appartenente al DOH (Department of Health), mentre i coordinatori provinciali provvedevano a rendere esecutive a livello locale le decisioni nazionali.
Il progetto si concretizzò nel piano quinquennale National AIDS Plan (1995), secondo il quale tutti i ministeri erano chiamati a sviluppare dei programmi in base al proprio ambito di competenza; per la prima volta la lobby dei diritti umani si faceva preponderante, poiché uno dei punti fondamentali del Plan affermava che le persone affette da HIV/AIDS non dovevano essere sottoposte ad alcuna forma di discriminazione. L’intento era quello di affrontare l’AIDS con un approccio multidisciplinare, e veniva dedicata particolare attenzione alle categorie sociali più deboli e maggiormente soggette al rischio di infezione, cioè le donne e i giovani.
Molte agenzie e finanziatori internazionali, che avevano sostenuto le iniziative delle ONG, preferirono ora dirigere i loro aiuti ad un programma legittimato dal governo.

2.2 IL FALLIMENTO DEL PLAN

Il piano adottato nel 1995 rappresentava una risposta molto articolata al problema AIDS, ma si rivelò presto troppo ambizioso per le capacità organizzative del neo-Stato.
La politicizzazione dell’AIDS e il frammentato sistema sanitario ereditato dall’apartheid rendevano necessaria un’enorme ristrutturazione, spesso ostacolata dalla burocrazia. Inoltre, la soluzione di problemi urgenti quali gli alloggi, il lavoro, l’educazione e l’ampliamento del sistema sanitario nazionale, mettevano in secondo piano il problema della malattia.
La suddivisione dello Stato in 9 province, nel nuovo contesto di decentralizzazione dei poteri, comportava un coordinamento inedito fra le varie competenze. La struttura preposta per il problema HIV/AIDS non era ancora in grado di delineare le responsabilità e coordinare le attività tra i vari livelli di governo; sulla carta le regole erano molto chiare, ma nei fatti c’era solo confusione e disimpegno.
La mancanza di coordinamento minò alla base il ruolo dei responsabili provinciali, i quali, tra l’altro, erano in gran parte persone con un passato all’interno delle vecchie strutture amministrative e non personale qualificato e competente; inoltre, sorsero da subito contrasti tra le province con un maggior grado di autonomia e quelle più deboli: le prime lamentavano un’eccessiva ingerenza governativa, le seconde volevano invece rimandare la responsabilità a livello nazionale.
Il governo incontrò difficoltà anche nell’organizzare e spendere le risorse finanziarie che ingenti avevano iniziato ad affluire in Sudafrica: la distanza che separa le intenzioni politiche dalla loro attuazione risulta più che mai evidente.
Nel 1996 il fallimento del Plan venne sancito anche dalle statistiche: in soli due anni il numero delle infezioni era raddoppiato, passando dal 7,6% al 14,2%.

In mezzo alle difficoltà palesate dal nuovo governo democratico, molti auspicavano un diretto e deciso impegno da parte di Nelson Mandela, sull’esempio fornito dal presidente ugandese Museveni. Invece l’argomento lo metteva a disagio, pensando che i messaggi riguardanti il sesso sicuro potessero stridere con il clima euforico scatenato dall’acquisizione della libertà dall’apartheid. Come nell’era precedente, la pubblica discussione di questioni inerenti al sesso continuava a scatenare polemiche; Mandela ha affermato, successivamente, che menzionare il problema dell’epidemia avrebbe potuto addirittura costargli la perdita delle elezioni del ’94: nelle sue parole, ‘I wanted to win so I didn’t talk about AIDS’ .
A questo, andava aggiunta la grande delusione che il leader carismatico diede a tutti gli ammalati, quando disertò l’impegno del World AIDS Day del ‘96, dopo aver annunciato la sua presenza.
L’incapacità di gestire in maniera efficace la problematica dell’AIDS ha trascinato, negli anni successivi, il mondo politico in una serie di scandali che ha minato ulteriormente la fiducia della popolazione.

2.3 GLI “AIDS SCANDALS”

Il ministro della salute della presidenza Mandela, Dlamini Zuma

Le decisioni del ministro Dlamini Zuma fecero spesso discutere

La prima controversia si collocava nel 1995, quando il DOH commissionò la creazione di un musical chiamato Serafina II. Lo scopo di questo musical era di diffondere l’educazione sull’AIDS tra le masse, in particolar modo tra gli adolescenti.
Il malcontento si creò in quanto la decisione venne presa senza alcuna consultazione con gli altri ministeri, e per la dubbia chiarezza del messaggio trasmesso. Ma l’indignazione scoppiò, quando venne resa nota la cifra spesa per la produzione del musical, ben 14 milioni di rands, una fetta cospicua del già esiguo budget per l’AIDS.
La visibilità della vicenda tramite i media esacerbò le critiche piovute sul ministero. La “questione Serafina” danneggiò gravemente l’immagine del ministro, che aveva preso decisioni autonome senza alcuna autorizzazione, e quella del DOH, minando la stabilità stessa della neo-democrazia; un anno dopo il Public Protector annullò la stesura del musical.

Nel 1997 il governo rimase invischiato in un’altra controversia riguardante il suo sostegno ad una sostanza, il Virodene P058, solvente testato come cura contro il cancro, ma in seguito bocciato in quanto inefficace e persino tossico. Il Virodene venne subito etichettato dal Medicines Control Council (MCC), l’organo di controllo sui farmaci del paese, come pericoloso. Il suo direttore Peter Folb ricevette pressioni sia da Dlamini-Zuma sia dal vice-presidente Mbeki, affinché approvasse il medicinale e lo proponesse come terapia anti-AIDS, ma il MCC non cambiò la propria posizione. Il risultato dei continui rifiuti fu la sua destituzione da parte del governo, che sostituì il MCC con un altro organismo.
La disputa si estese anche a livello politico tra i vari partiti, dove il Democratic Party(partito d’opposizione) accusò l’ANC di avere dei legami con i distributori di Virodene ; per tutta risposta il duo Zuma-Mbeki accusò gli oppositori di voler far morire tutti i Sudafricani di AIDS.
Nell’agosto dello stesso anno il DOH annunciava di voler rendere l’AIDS una malattia notificabile, per motivi di controllo e prevenzione. La notification però rende ancora più vulnerabile la condizione dell’ammalato, in quanto consiste nella raccolta dati dello stato di salute (e altre informazioni personali) di una persona affetta: spariscono gli elementi di riservatezza, fondamentali in un tale contesto di discriminazione e stigmatizzazione. Sia le lobby dei diritti umani sia gli ambienti scientifici, che ritenevano troppo dispendioso questo metodo, espressero il loro dissenso, e il governo fu costretto a rinunciare a questa iniziativa.
Il clima si arroventò ancora di più nell’ottobre ’98, a seguito dell’ennesima arbitraria decisione del ministro Zuma e del suo staff. In accordo con i nove ministri della salute provinciali, decise di rendere indisponibile l’AZT (zidovudina), un farmaco che avrebbe potuto ridurre la MTCT (Mother To Child Transmission), la trasmissione del virus dalla madre al neonato, di circa il 50%. A sostegno di questa decisione, il DOH affermò che la cura era troppo costosa, malgrado l’abbassamento dei prezzi da parte della Glaxo-Wellcome, e dichiarò di voler puntare sulla prevenzione e non sulla cura, dimenticandosi completamente che combattere la MTCT era, ed è, proprio una misura preventiva.
In reazione all’ultima delibera del ministro, nacque la Treatment Action Campaign (TAC), un’associazione di attivisti, il cui scopo era quello di assicurare la prevenzione dell’infezione, la cura dei malati e, inoltre, di fare pressione sul governo e sulle case farmaceutiche affinché rendessero i trattamenti maggiormente economici ed accessibili. Ad oggi, gli obiettivi dell’associazione sono gli stessi.
Nel gennaio 1999 si manifestò anche il primo segnale di ribellione politica contro i dettami del governo. Nella provincia di Western Cape, non controllata dall’ANC, si continuava a fornire AZT in due cliniche di Cape Town, situate presso comunità ad alta prevalenza di infezione da HIV. Nonostante le aspre critiche ricevute, l’iniziativa mirava solamente a combattere l’epidemia e veniva appoggiata dalla sezione provinciale del NACOSA.

2.4 L’USO DEI MASS MEDIA:LA “BEYOND AWARENESS CAMPAIGN”

Tac, Treatment Action Campaign

Nasce la Tac, Treatment Action Campaign, associazione attiva nella lotta contro l’Aids

Un uso efficace dei mass media può costituire una componente critica nella prevenzione dell’HIV/AIDS, laddove l’accesso a programmi televisivi, alla stampa e alla pubblicità sia generalmente diffuso. In Sudafrica si è stimato nel 2002 che circa il 99% della popolazione ha avuto accesso alla radio, il 75% alla televisione e il 7% ai giornali : l’accesso alle fonti informative è, quindi, abbastanza alto.
La “Beyond Awareness Campaign” era un progetto multimediale il cui obiettivo era quello di rendere visibile, e “quotidiano”, l’AIDS. Nacque nel 1998 grazie all’HIV/AIDS Directorate, organo che coordinava le attività riguardanti la malattia, istituito all’interno del DOH 3 anni prima.
Particolare attenzione venne data alla diffusione del red ribbon, un fiocco rosso divenuto ormai la vera e propria icona delle attività correlate all’AIDS: la visibilità ad esso associata, grazie alla sua presenza sui cartelloni pubblicitari, sulla stampa e sugli abiti, lo faceva un elemento quotidiano.
La campagna durò due anni, e comportò una spesa di circa 39 milioni di Rands (circa 3,3 milioni di dollari), ad oggi, tuttavia, non se ne conosce l’efficacia e l’effettivo impatto sulla ricezione degli utenti, mancando un progetto destinato alla raccolta di questi dati.

Le iniziative efficaci intraprese durante la presidenza Mandela, erano state vanificate dalle numerose gaffes e dalla politicizzazione della scienza attuata dal ministro Zuma, nonché dalla riluttanza governativa nell’affrontare apertamente la questione.
In campo sanitario la situazione non era di molto cambiata, ed il trend di infezione da HIV non era diminuito, facendo registrare un numero sempre più alto di sieropositivi e di vittime. Pur avendo a che fare con le difficoltà derivanti dalla transizione democratica, e con problemi di natura fiscale , il governo avrebbe potuto, e dovuto, fare di più.
Chi si aspettava una risposta convincente al problema AIDS da parte della nuova presidenza Mbeki, sgravata dagli oneri del primo governo democratico, è rimasto però profondamente deluso.

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