Guerra in Darfur

DARFUR, Terra di sofferenza e crocevia di interessi

Le cause, la storia del conflitto, il ruolo di Cina e Stati Uniti nel conflitto del Darfur (2003-2010) fino al trattato di pace del 24 febbraio 2010. Una guerra da molti definita genocidio che ha causato 300mila morti e ha costretto 2,7 milioni di persone alla vita da rifugiati nei campi profughi.

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L’area del conflitto in Darfur

PREMESSA (datata 2008)

Il Darfur, regione sud-orientale del Sudan, uno dei paesi più estesi del continente africano, si appresta ad entrare nel sesto anno di guerra e non sembra voler conoscere la parola pace. Questa regione è teatro di una delle “partite” politiche più importanti del globo, un’area in cui si incontrano, ma soprattutto scontrano, gli interessi delle cosiddette “potenze” mondiali. Da una parte ci sono gli Stati Uniti ed alcuni alleati “occidentali”, dall’altra la Cina, colosso in piena espansione nonché primo partner commerciale ed alleato del Sudan. In palio c’è l’accesso ad una regione densa di giacimenti petroliferi e il controllo di un’area strategica.
Le cause originarie del conflitto in corso sono molteplici e fra loro connesse. Le tensioni connaturate alla disuguaglianza strutturale fra il centro del paese, che si stende lungo le sponde del Nilo, e le aree “periferiche” come il Darfur sono state esacerbate negli ultimi due decenni del XX secolo da una combinazione di catastrofi naturali, opportunismo politico e geopolitica regionale. La crescente siccità che ha colpito la regione negli ultimi anni, ha compromesso lo storico equilibrio tra le popolazioni stanziali, che vivono di agricoltura, e le popolazioni nomadi. Per la prima volta nella storia si sono dovute scontrare per la sopravvivenza stessa, dovendosi contendere le zone ancora fertili. È questa, quindi, una delle ragioni del conflitto, mentre un elemento, spesso citato nelle fonti d’informazione, ha creato confusione: la caratterizzazione della guerra come scontro fra popolazioni arabe e africane, una dicotomia che lo storico Gérard Prunier ha definito “al contempo vera e falsa”.
Come in ogni conflitto, chi ha pagato il prezzo maggiore sono i civili. Il Darfur è la regione “ospitante” la crisi umanitaria più grave al mondo. Nel corso della crisi sono morte circa 300.000 persone , ma l’aspetto più preoccupante riguarda i rifugiati. Quest’ultimi, costretti a vivere nei campi profughi in condizioni precarie, sottoposti a violenze e sovente ad attacchi da parte delle milizie, ammontano a circa 2 milioni e mezzo. 250.000 sono stanziati nel vicino Ciad e 50.000 nella Repubblica Centrafricana, i quali, loro malgrado, si sono trovati coinvolti nel conflitto. L’UNICEF ha calcolato che, ad oggi, 2,2 milioni di bambini sono colpiti dalla guerra. Ogni giorno muoiono 75 minori di 5 anni a causa di infezioni e malattie facilmente prevenibili. L’aspetto più tragico della vicenda consiste nella difficoltà che le organizzazioni umanitarie trovano nel fornire il loro sostegno. Le vie d’accesso sono spesso sbarrate e gli operatori sono oggetto di violenze, nonostante l’accordo in materia firmato dal governo sudanese.
In questo approfondimento verranno sviscerati i punti fondamentali della crisi. Partendo dalla storia del conflitto, si passerà al ruolo ricoperto in esso dalla Cina e, successivamente, dagli Stati Uniti e dall’Occidente in generale. L’obiettivo è dare una fotografia fedele della situazione e analizzare le rispettive responsabilità.

I ribelli del Jem

STORIA DEL CONFLITTO

Il conflitto che infiamma il Darfur ha inizio nel 2003, quando in Sudan non si era ancora placata la guerra civile che vedeva contrapposti il governo e il movimento separatista del sud. Nei primi mesi del 2003 due gruppi di ribelli locali, il Movimento Giustizia e Uguaglianza (JEM) e il Movimento per la Liberazione del Sudan (SLM), accusarono il governo di favorire gli arabi a discapito della popolazione non-araba. L’SLM, che raccoglie molte più adesioni del JEM, viene generalmente identificato con i Fur, i Masalit e il clan Wagi degli Zaghawa, mentre si ritiene che il JEM sia collegato al clan Kobe degli Zaghawa.
L’inizio del conflitto in Darfur viene generalmente fatto coincidere con il 26 febbraio 2003, quando il Fronte di Liberazione del Darfur (FLD) rivendicò pubblicamente un attacco su Golo, quartier generale del distretto di Jebel Marra. Ancora prima di questo attacco, comunque, vi erano già state conflittualità in Darfur, quando i ribelli avevano attaccato stazioni di polizia, avamposti e convogli militari e il governo aveva risposto con un massiccio assalto aereo e terrestre alla loro roccaforte nelle montagne Marrah. La prima azione militare da parte dei ribelli fu un attacco condotto con successo contro un presidio militare in montagna il 25 febbraio 2002; il governo sudanese venne a conoscenza dell’esistenza di un movimento ribelle unificato nel momento in cui venne attaccata la stazione di polizia di Golo nel giugno 2002.
Il 25 marzo, i ribelli occuparono la città-presidio di Tine lungo il confine del Ciad, confiscando grandi quantità di provviste ed armamenti. Nonostante la minaccia del Presidente Omar al-Bashir di “sguinzagliare” l’esercito, i militari avevano poche risorse a loro disposizione. L’esercito era già stato schierato sia a Sud, dove la Seconda Guerra Civile sudanese stava volgendo al termine, sia ad Est, dove i ribelli finanziati dall’Eritrea stavano mettendo in pericolo il completamento del nuovo oleodotto che collega l’area dei bacini petroliferi a Port Sudan. La tattica dei raid “colpisci e scappa” con jeep Toyota Land Cruiser, usata dai ribelli per attraversare velocemente la regione semi-deserta, impedì all’esercito, impreparato per operazioni militari nel deserto, di contrastare gli attacchi. Ciò nonostante, il bombardamento aereo contro le postazioni dei ribelli in montagna si rivelò devastante.
Alle 5:30 del mattino del 25 aprile 2003, una forza congiunta formata dall’Esercito di Liberazione del Sudan (SLA) e dal Movimento per la Giustizia e l’Uguaglianza (JEM) penetrò ad al-Fashir (ex capoluogo del Darfur) su 33 Land Cruiser e attaccò la guarnigione addormentata. Nelle successive quattro ore, alcuni bombardieri Antonov ed elicotteri con armamento pesante (quattro secondo il governo, sette secondo i ribelli) vennero distrutti a terra, 75 soldati, piloti e tecnici uccisi e 32 catturati, compreso il comandante della base aerea, un Generale di divisione. I ribelli persero nove uomini. Il successo dell’attacco fu senza precedenti in Sudan: nei vent’anni di guerra nel Sud, l’Esercito ribelle di Liberazione del Popolo del Sudan (SPLA) non aveva mai compiuto una tale operazione militare.

L’entrata in scena delle milizie Janjaweed

I temibili guerrieri janjaweed

L’incursione ad al-Fashir rappresentò una svolta decisiva dal punto di vista sia militare sia psicologico. Le forze armate erano state umiliate dal raid e il governo si trovò di fronte ad una situazione strategica difficile. Le forze armate avrebbero dovuto chiaramente ricevere un addestramento e una struttura adatti a combattere questo nuovo tipo di guerra. Inoltre, vi erano preoccupazioni ben motivate riguardo alla fedeltà all’esercito dei numerosi sottoufficiali e soldati originari del Darfur. L’incarico di continuare la guerra venne dato all’Intelligence militare sudanese. Tuttavia, a metà del 2003 i ribelli vinsero 34 scontri su 38. Nel mese di maggio, l’SLA distrusse un battaglione a Kutum, uccidendo 500 persone e facendo 300 prigionieri, e a metà luglio, 250 persone vennero uccise in un secondo attacco a Tine. L’SLA iniziò ad infiltrarsi più ad Est, minacciando di estendere la guerra fino a Kordofan.
A questo punto il governo modificò la propria strategia. Dato che l’esercito continuava a subire sconfitte, l’azione di guerra passò nelle mani di tre nuclei distinti: l’Intelligence militare, l’Aeronautica e le milizie Janjaweed, pastori nomadi armati dell’etnia Baggara su cui il governo si era appoggiato per la prima volta per reprimere una rivolta dei Masalit scoppiata tra il 1996 e il 1999. I Janjaweed furono collocati al centro della nuova strategia per contrastare la rivolta. In Darfur furono fatte affluire risorse militari e i Janjaweed furono affiancati come forza paramilitare, muniti di attrezzature per la comunicazione e artiglieria. I probabili risultati di una tale scelta erano chiari ai pianificatori militari: nel decennio precedente, nelle Montagne Nuba e nei campi petroliferi meridionali, una simile strategia aveva provocato massicce violazioni dei diritti umani e deportazioni.
Le milizie Janjaweed, meglio armate, volsero velocemente la situazione a proprio favore. Nella primavera del 2004, diverse migliaia di persone – soprattutto non-arabi – vennero uccise e almeno più di un milione cacciate dalle proprie case, causando una grave crisi umanitaria nella regione. Tale crisi assunse una dimensione internazionale quando oltre 100.000 profughi si riversarono nel vicino Ciad, perseguitati dai miliziani Janjaweed che entrarono in conflitto armato con le forze governative ciadiane lungo il confine. Nel mese di aprile, oltre 70 miliziani e 10 soldati ciadiani rimasero uccisi nel corso di una sparatoria. Un gruppo di osservatori delle Nazioni Unite dichiarò che erano presi di mira i villaggi non-arabi, mentre quelli arabi venivano risparmiati.

La crisi si aggrava

Nel 2004 il Ciad interruppe i negoziati a N’Djamena e questo condusse all’accordo per la cosiddetta cessazione delle ostilità umanitaria dell’8 aprile tra il governo del Sudan da una parte e il JEM e il SLM (Movimento di Liberazione del Sudan) dall’altra. Una corrente scissionista del JEM – il Movimento Nazionale per la Riforma e lo Sviluppo – non prese parte alle discussioni e all’accordo sul cessate il fuoco. Gli attacchi dei Janjaweed e dei ribelli continuarono malgrado la firma dell’accordo. L’Unione Africana (UA) formò una Commissione per il cessate il fuoco (CFC) per controllare l’osservazione degli accordi.
La portata della crisi portò a temere un imminente disastro, mentre il Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan avvertiva che il rischio di genocidio era una spaventosa realtà in Darfur. La vastità dell’azione condotta dai Janjaweed portò a paragonarla al genocidio del Ruanda, un paragone fortemente osteggiato dal governo sudanese. Osservatori indipendenti hanno notato che le tattiche, che includono smembramenti e uccisioni di non-combattenti e persino di bambini e neonati, assomigliano di più alla pulizia etnica impiegata nelle guerre in Yugoslavia, ma hanno anche aggiunto che la lontananza della regione impedisce a centinaia di migliaia di persone l’accesso agli aiuti. Nel maggio 2004, l’International Crisis Group (ICG), con sede a Bruxelles, rivelò che oltre 350.000 persone avrebbero potuto potenzialmente morire a causa della fame e delle malattie.
Il 10 luglio 2005, l’ex leader dell’SPLA John Garang venne nominato vice-presidente del Sudan, ma il 30 luglio 2005 perse la vita in un incidente aereo. La sua morte provocò conseguenze a lungo termine e, nonostante i progressi nel settore della sicurezza, i dialoghi tra i vari gruppi di ribelli nella regione del Darfur avanzarono lentamente.
Nel dicembre 2005, un attacco contro il villaggio ciadiano di Adre, vicino al confine sudanese, causò la morte di 300 ribelli e il Sudan fu incolpato dell’attacco, il secondo nella regione in tre giorni. L’intensificarsi delle tensioni nella regione portò il governo del Ciad a dichiarare guerra al Sudan e a chiedere ai propri cittadini di mobilitarsi contro il “nemico comune “.

Uno dei tanti campi profughi

Il 5 maggio 2006 il governo del Sudan firmò un accordo di pace con l’Esercito di Liberazione del Sudan (SLA), respinto però da altri due gruppi ribelli minori, il Movimento di Giustizia ed Uguaglianza (JEM) e una fazione rivale dell’SLA. L’accordo fu coordinato dal Vice Segretario di Stato statunitense Robert B. Zoellick, da Salim Ahmed Salim (per conto dell’Unione Africana), da rappresentanti dell’UA e altri ufficiali stranieri che operano in Nigeria, ad Abuja. L’accordo prevedeva il disarmo delle milizie Janjaweed, lo smantellamento delle forze ribelli e la loro incorporazione nell’esercito.

Nei mesi di luglio ed agosto 2006 ripresero i combattimenti, “minacciando di bloccare la più grande operazione di soccorso nel mondo” dato che le organizzazioni di aiuti umanitari avevano preso in considerazione la possibilità di lasciare il paese a causa degli attacchi contro membri del proprio personale. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan chiese l’invio nella regione di una forza di pace internazionale di 17.000 uomini per sostituire quella dell’Unione Africana di 7.000 uomini.
Il 18 agosto, Hedi Annabi, responsabile delle forze di pace dell’ONU e Segretario Generale aggiunto per le missioni di pace, durante una riunione privata comunicò l’allarmante sospetto che il Sudan stesse preparando una grossa offensiva militare nella regione. L’avvertimento arrivò un giorno dopo la dichiarazione di Sima Samar, osservatrice speciale della Commissione ONU per i Diritti Umani, che gli sforzi del Sudan nella regione rimanevano insufficienti nonostante l’Accordo di Maggio. Il 19 agosto, il Sudan rinnovò il proprio rifiuto di sostituire la forza dell’UA di 7.000 uomini con una dell’ONU di 17.000, tanto che gli Stati Uniti “misero in guardia” il Sudan delle “potenziali conseguenze” di questa posizione.
Il 24 agosto, il Sudan rifiutò di partecipare a un incontro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (CSNU) dove avrebbe dovuto presentare il proprio piano di invio di 10.000 soldati sudanesi in Darfur anziché la forza di pace proposta di 20.000 uomini. Il CSNU annunciò che l’incontro si sarebbe tenuto comunque, nonostante il rifiuto del Sudan di parteciparvi. Sempre il 24 agosto, l’International Rescue Committee rivelò che, nel corso delle ultime settimane, centinaia di donne erano state stuprate e aggredite sessualmente nel campo profughi di Kalma. Il 25 agosto, il capo dell’Ufficio del Dipartimento di Stato per le politiche africane degli Stati Uniti, Jendayi Frazer, avvertì che la regione si trovava di fronte una crisi di sicurezza, a meno che non venisse autorizzata la presenza della forza di pace proposta dall’ONU.
Il 31 agosto, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approvò una risoluzione al fine di inviare una nuova forza di pace di 20.000 unità nella regione. Il governo sudanese si oppose con fermezza alla risoluzione. Il 1 settembre, ufficiali dell’UA riportarono che il Sudan aveva intrapreso una grande offensiva nella regione del Darfur. Secondo fonti dell’UA, più di 20 persone erano state uccise e 1.000 avevano dovuto abbandonare i loro villaggi durante gli scontri che erano iniziati nei primi giorni della settimana. Il 5 settembre il governo sudanese chiese ai soldati dell’UA dislocati in Darfur di lasciare la regione entro la fine del mese, aggiungendo che “essi non avevano il diritto di trasferire il mandato alle Nazioni Unite o a qualunque altro organismo. Tale diritto è e rimane nelle mani del governo del Sudan.” Il 4 settembre, con una mossa attesa, il presidente del Ciad Idriss Déby affermò il suo appoggio alla nuova forza di pace delle Nazioni Unite. L’UA, il cui mandato per la missione di pace doveva scadere il 30 settembre, confermò che si sarebbe attenuto alla data fissata per lasciare il paese.
L’8 settembre il capo dell’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’ONU, Antonio Guterres, disse che il Darfur si trovava di fronte a una “catastrofe umanitaria”, mentre il 12 settembre Pekka Haavisto, inviato dell’UE in Sudan, affermò che l’esercito sudanese stava “bombardando la popolazione civile in Darfur. Un funzionario del World Food Program riferì che almeno a 355.000 persone nella regione erano stati tagliati gli aiuti alimentari. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, comunicò al Consiglio di Sicurezza che “la tragedia in Darfur è ad un punto critico. Richiede la più stretta osservazione da parte del Consiglio e un intervento urgente.”
Il 14 settembre, il leader del defunto SLM (Movimento di Liberazione del Sudan), che ora è consigliere personale del Presidente della Repubblica e presidente ad interim dell’Autorità Regionale del Darfur, Minni Minnawi, dichiarò di non avere obiezioni contro la nuova forza di pace delle Nazioni Unite, prendendo così le distanze dal governo sudanese che considerava tale spiegamento di forze un atto di invasione da parte dell’Occidente. Minnawi sostenne che la forza dell’UA “non può fare nulla perché il mandato dell’Unione Africana è molto limitato”. Il 2 ottobre la UA annunciò che avrebbe esteso la propria presenza nella regione dopo il fallimento della proposta di inviare il contingente di pace delle Nazioni Unite dovuto all’opposizione del Sudan. Il 6 ottobre, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite votò l’estensione del mandato della missione ONU in Sudan fino al 30 aprile 2007. Il 9 ottobre, rimarcando lo stato di gravissima crisi che affliggeva la regione, la FAO dichiarò il Darfur come la zona di maggiore emergenza alimentare dei quaranta paesi compresi nel suo rapporto “La situazione dell’alimentazione e dell’agricoltura nel mondo”.

2007: un anno di speranze infrante

Il 2007 non ha portato, purtroppo, ad una risoluzione pacifica del conflitto.
L’anno è iniziato con l’aviazione sudanese protagonista del bombardamento di due villaggi nel nord del Darfur, dove era previsto un incontro tra i capi delle fazioni ribelli. Questa azione militare mirata ha impedito il raggiungimento di un punto comune d’accordo tra i ribelli, base imprescindibile per l’avvio dei negoziati di pace con il governo.
La situazione nei campi profughi è peggiorata ulteriormente e, solo dopo una notevole pressione internazionale, il 28 marzo il Sudan ha firmato un accordo che garantiva un miglior accesso alla regione per le organizzazioni umanitarie. Il 3 maggio Sudan e Ciad hanno firmato una riconciliazione, ma le minacce statunitensi ed europee non si placavano; nel frattempo, l’unione di cinque gruppi ribelli sotto il nome di UFLD accendeva qualche speranza per il processo di pace. Il 31 dello stesso mese, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione 1769, che prevede il dispiegamento di 20.000 caschi blu al fianco dei 7.000 uomini dell’Unione Africana già presente in loco, formando così la forza “ibrida” UNAMID. Questa forza di pace ha il compito di assicurare il libero accesso per le organizzazioni umanitarie, di monitorare l’embargo di armi imposto verso la regione, e difendere con ogni mezzo la popolazione. A differenza delle precedenti risoluzioni riguardanti il Darfur, quest’ultima è passata all’unanimità e con il consenso sudanese. Nonostante ciò, Khartoum ha continuato le sue manovre ostruzionistiche, rallentando l’implementazione di questo piano, prevista per la fine del 2007. Il governo sudanese ha lamentato la presenza di truppe e personale europeo o, comunque, non africano, all’interno dell’UNAMID, pur essendo già a conoscenza di questa modalità. Ad oggi, manca ancora l’autorizzazione per il dispiegamento delle truppe non-africane, l’assegnazione delle aree per quest’ultime e l’autorizzazione ai voli notturni. Il portavoce stesso delle Nazioni Unite, Guehenno, ha lamentato l’atteggiamento di Khartoum, che, da parte sua, nega qualsiasi ostruzionismo, imputando il rallentamento delle operazioni a meri problemi amministrativi.
Un’altra grave colpa del governo sudanese è quella di non aver ancora arrestato due uomini accusati di crimini di guerra e contro l’umanità. La giustificazione adotta è che il sistema giudiziario del paese africano non riconosce le sentenze della Corte Internazionale di Giustizia.
Risale al 27 ottobre scorso, invece, l’ultimo tentativo di riconciliazione tra Khartoum e i ribelli del Darfur. Le trattative di pace si sono svolte a Sirte in Libia, ma all’appello mancavano i gruppi ribelli più importanti, rendendo stucchevole ed inutile qualsiasi discussione. Questi incontri di Sirte sono serviti unicamente come strumento propagandistico nelle mani del governo di Bashir.

La situazione nel 2008

Nei primi mesi del 2008, solo una parte della forza ibrida UNAMID è stata dispiegata in Darfur (9.000 uomini sui 26.000 previsti). Un convoglio dell’UNAMID ha subito un attacco militare, probabilmente da parte dell’esercito sudanese, ma il governo ha negato qualsiasi responsabilità, colpevolizzando i ribelli. L’escalation di violenze tra l’esercito e i ribelli non sembra placarsi, e tutte le speranze sono rivolte verso la forza di pace che sta scendendo in campo. Riuscirà nell’impresa di riportare la pace?

L’attuale presidente della Cina Hu Jintao

IL RUOLO DELLA CINA

Nessun paese ha offerto maggior sostegno diplomatico a Khartoum rispetto alla Repubblica Popolare Cinese, paese legato a doppio filo alla sorte del Sudan e, quindi, a quella del Darfur.
L’emblema dell’appoggio diplomatico fornito è l’astensione al voto del rappresentante cinese al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nel giorno dell’approvazione della risoluzione 1706 (31 agosto 2006), che prevedeva l’invio immediato di una forza di pace di 22.500 caschi blu in Darfur. Questa missione aveva l’obiettivo di proteggere, anche con l’uso della forza, la popolazione civile. Solo il Qatar e la Russia, quest’ultima coinvolta in un lucroso traffico di armi col regime sudanese, si sono astenute insieme alla Cina.
L’appoggio diplomatico del partner cinese ha fatto sì che il governo di Khartoum abbia perseverato nelle sue manovre ostruzionistiche, al punto che, ad oggi, la forza di pace “ibrida” UN/AU è ben lungi dall’essere totalmente dispiegata in Darfur.
La comunità internazionale ha più volte minacciato l’applicazione di sanzioni nei confronti del paese, ma, ancora una volta, il veto cinese ha impedito qualsiasi intervento concreto. In questo modo, Bashir (presidente sudanese) e il suo entourage si sono sentiti autorizzati a lasciare immutata la propria condotta politica.

Sono numerose le ragioni per cui Pechino supporta e appoggia la condotta del governo sudanese, e sono principalmente di natura economica.
La Cina è, da un oltre un decennio, il maggior fornitore di armi e tecnologie militari del Sudan. Grazie all’intervento e investimento cinesi, il regime sudanese è stato in grado di creare strutture preposte alla fabbricazione di armamenti di piccola e media “taglia”. La Cina e la Russia, due membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, nonostante il divieto di esportazione di armi verso il paese africano imposto dalle Nazioni Unite, hanno continuato a far affluire artiglieria, mezzi di trasporto militari, jet, ecc…Il Sudan si è indebitato per una cifra superiore a 25 miliardi di dollari per sostenere la spesa militare.
Amnesty International ha rilevato, più di una volta, l’utilizzo dei suddetti armamenti, da parte delle milizie Janjaweed, contro la popolazione civile in Darfur. Pechino è certamente consapevole, al di là della retorica politica, di come vengano utilizzate le sue armi e, quindi, di favorire la tragedia in atto.

Il petrolio è la maggior risorsa economica del paese africano: il 70% delle esportazioni globali è costituito dall'”oro nero”. La Cina importa i due terzi del petrolio sudanese ed è fortemente coinvolta nella sua estrazione e produzione in loco. Data la rapida crescita del fabbisogno petrolifero cinese, l’importanza geo-strategica del Sudan risulta evidente. Va ricordato che la gran parte dei profitti derivanti dalle esportazioni vengono utilizzati per la spesa militare, perciò Pechino è indirettamente coinvolta nel dramma del Darfur.
Le esportazioni di petrolio non sono sufficienti per sostenere l’enorme sforzo militare di un paese fortemente indebitato come il Sudan. Numerose multinazionali americane ed europee sono state costrette dai rispettivi governi a ritirare i loro investimenti nel paese all’indomani dell’inizio del “genocidio”, mentre le imprese asiatiche, in particolare quelle cinesi, continuano a far affari con Khartoum. Pechino, inoltre, ha concesso ingenti prestiti al Sudan, ed ha costruito numerose infrastrutture.
I sostanziosi investimenti cinesi rendono nulla la pressione economica internazionale, permettendo al governo sudanese di finanziare le spedizioni militari nel sud del paese e in Darfur. Gli esperti e diplomatici cinesi sostengono che gli investimenti contribuiscano allo sviluppo economico del più grande stato africano.
La triste realtà è, però, un’altra. L’economia del paese è letteralmente dominata dalla capitale e dal suo hinterland, mentre le altre aree del paese sono in condizioni disastrose, spesso alle prese con malattie, malnutrizione e carenza di risorse idriche.
Uno degli esempi più eclatanti di come l’investimento di capitali favorisca unicamente l’area intorno a Khartoum, è la costruzione della diga Merowe nel nord del paese. Questo progetto, di cui la Cina è stata la principale finanziatrice e promotrice, si è rivelato disastroso per la popolazione agricola locale.
Circa 50.000 persone sono state forzatamente trasferite dalle aree ad alta fertilità sulle rive del Nilo, dove risiedevano, ad alcune delle aree più aride della Nubia. Oltre a questo incalcolabile danno, sia umano sia economico, questa popolazione non ha nemmeno ricevuto alcuna adeguata ricompensa per questa “deportazione”.

L’errore più grave del governo cinese è, però, un altro: la negazione della criticità della situazione.
I portavoce cinesi hanno rilasciato numerose dichiarazioni a dir poco imbarazzanti, negando le condizioni disastrose dei campi profughi e affermando il buono stato in cui le forze di pace possono operare. Secondo queste dichiarazioni, la situazione in Darfur è migliorata, e tutti cooperano affinché si continui su questa strada. La realtà, che si può evincere dai rapporti dell’UNICEF, delle Nazioni Unite, e di alcune ONG, è diametralmente opposta.

La Cina ospiterà nel 2008 i Giochi Olimpici, la più importante vetrina mondiale esistente. La pressione internazionale, conseguentemente, cresce giorno dopo giorno. Pechino ha, quindi, l’obbligo morale di adoperarsi affinché la crisi in Darfur trovi una soluzione pacifica. Nessun’altro paese ha mezzi tali da costringere Khartoum a cambiare rotta. La Cina può fare in modo che le milizie Janjaweed vengano disarmate, che le vie di accesso alla regione per i mezzi di soccorso umanitario siano sicure e percorribili, può imporre un cessate il fuoco unilaterale in modo che i gruppi ribelli possano organizzarsi e trovare un punto d’accordo comune. La Cina dovrebbe persino applicare sanzioni economiche, nel caso che il governo sudanese si rifiutasse di seguire queste indicazioni. Insomma, dovrebbe attivare un processo di pace concreto. Qualche timido segnale è stato ravvisato, ma il gigante con gli occhi a mandorla può, e deve, fare di più.

Gli interessi legati ai giacimenti petroliferi

IL RUOLO DELL’OCCIDENTE

Negli ultimi due anni, negli Stati Uniti, è iniziata un’imponente campagna mediatico-politica finalizzata ad un intervento diretto in Darfur. Numerose associazioni universitarie hanno improvvisamente cominciato a richiedere un “disinvestimento” dal Sudan, mentre si sono svolte diverse manifestazioni per fermare il genocidio (così viene appunto definito negli States) in atto. I media nazionali riportano le atrocità che le milizie arabe Janjaweed, appoggiate dal governo, commettono nei confronti della popolazione africana. Il governo di Khartoum viene demonizzato ed etichettato come stato “canaglia”. Queste informazioni sono, in realtà, distorte. Se è vero che atrocità vengono commesse dalle milizie, così come dai gruppi ribelli del Darfur, vengono dimenticati alcuni fondamentali dati di fatto:

a) tutta la popolazione sudanese parla l’arabo e i dialetti locali, essendo composta da circa 400 etnie;
b) sia le milizie Janjaweed sia i ribelli del Darfur sono musulmani sunniti;
c) tutte le parti coinvolte nel conflitto sono ugualmente “nere” ed indigene.

Il palese tentativo di indirizzare la colpa verso il “nemico” islamico non ha, dunque, ragion d’essere.
L’elenco dei sostenitori alla campagna per salvare il Darfur contiene, oltre a gruppi sinceramente interessati alle sorti di una popolazione martoriata, associazioni di cristiani evangelici di destra e di sionisti. Sono stati questi i promotori di una manifestazione a favore di un intervento statunitense in Sudan, preceduto da un incontro col presidente Bush. Le suddette associazioni religiose sono le stesse che hanno appoggiato fermamente l’intervento militare in Iraq. Nonostante la bassa adesione, l’iniziativa ha goduto ampiamente dell’attenzione dei media, che si sono concentrati soprattutto su celebrità come il noto attore George Clooney. Hanno dato la loro benedizione alla manifestazione rappresentanti di spicco dei democratici e dei repubblicani, tra cui il candidato alla Casa Bianca Barack Obama (Partito Democratico, Illinois), la leader della minoranza democratica Nancy Pelosi (Partito Democratico, California), il vicesegretario di Stato per gli affari africani Jendayi Frazer e il governatore del New Jersey Jon Corzine.
I mezzi di informazione delle grandi corporazioni hanno concesso a questa manifestazione più spazio e rilevanza che alla manifestazione pacifista di New York City del giorno prima (alla quale avevano partecipato 300.000 persone) o alle manifestazioni a favore dei diritti per gli immigrati che si sarebbero svolte il giorno successivo in tutto il paese e che avrebbero raccolto un milione di partecipanti.
L’Ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite John Bolton, l’ex Segretario di Stato Generale Colin Powell, il Segretario di Stato Condoleezza Rice, il generale Wesley Clark e l’ex Primo Ministro britannico Tony Blair si sono tutti espressi a favore di un intervento in Sudan. Questi importanti personaggi fanno spesso riferimento a un altro modello quando auspicano l’intervento: la riuscita guerra “umanitaria” contro la Jugoslavia che ha instaurato l’amministrazione di USA e NATO in Kosovo dopo una pesante campagna di bombardamenti. Il Museo dell’Olocausto di Washington ha emanato un “allerta genocidio” – il primo allerta di questo tipo che vi sia mai stato emesso – e 35 leader cristiani evangelici hanno firmato una lettera in cui chiedono al Presidente Bush di inviare l’esercito statunitense a porre fine al genocidio nel Darfur. È stato creato anche un programma nazionale di studio per garantire il consenso dell’opinione pubblica a un intervento militare degli Stati Uniti. Molte organizzazioni non governative finanziate dal Fondo Nazionale per la Democrazia hanno aderito alla campagna.
Uno dei presunti motivi che spingono gli U.S.A verso un massiccio intervento in Darfur è distogliere l’attenzione internazionale dal fallimento in Iraq. Nessuno può dimenticare la spirale di violenza in cui il paese è stato risucchiato e, ancor di più, le atrocità commesse dai militari americani nel carcere di Abu Ghraib: immagini che hanno fatto il giro del pianeta. Le giustificazioni annesse all’intervento militare in Iraq- la presenza di armi di distruzione di massa- rivelatesi successivamente infondate, pongono seri dubbi sulle reali finalità dell’interesse statunitense nella regione, e sui messaggi veicolati dai principali media.

La recente scoperta di nuove risorse in Sudan ha reso il paese africano preda ambita dalle maggiori corporazioni statunitensi ed europee. Si ritiene che le sue riserve di petrolio possano competere con quelle dell’Arabia Saudita e sono presenti grandi depositi di gas naturale. Inoltre, possiede uno dei tre maggiori depositi di uranio puro e il quarto deposito di rame del mondo. Analizzando in particolare le risorse del Darfur, invece, si scopre che esso produce i due terzi mondiali della migliore qualità della gomma arabica, uno dei principali ingredienti della Coke e della Pepsi. A differenza della Cina, gli Stati Uniti non sono riusciti ad avere un controllo sulle risorse di questo paese, in particolare su quelle petrolifere, come, invece, è accaduto in Arabia Saudita.
La politica statunitense sembra mirare per lo più ad impedire le esportazioni di petrolio imponendo sanzioni, e alimentando gli antagonismi regionali e nazionali. È risaputo l’appoggio fornito dagli USA al movimento separatista del sud durante la guerra civile sudanese, e quello attuale ai paesi confinanti ed ostili a Khartoum, cioè Ciad, Uganda ed Etiopia. Anche la Francia ha molti interessi in Sudan con la sua compagnia petrolifera Total e, tra l’altro, è invischiata in un incidente diplomatico col vicino Ciad, da sempre coinvolto nel conflitto del Darfur. La Gran Bretagna, ex dominatrice del più grande stato africano e perennemente ostile alla sua indipendenza, non gioca un ruolo minore e spalleggia lo storico alleato statunitense.
In Darfur si gioca una partita molto importante, da cui dipenderà il controllo sulle risorse naturali di una parte del continente africano, da sempre, suo malgrado, teatro delle dispute riguardanti le maggiori potenze mondiali.
L’indipendenza politica, arrivata per quasi tutti i paesi negli anni ’50 e ’60, è servita solamente a camuffare un nuovo tipo di dominio, quello economico, che soffoca sul nascere qualsiasi reale possibilità di sviluppo per il gigante africano.
Un esempio lampante di come si celino altri interessi dietro alla volontà di “salvare” il Darfur, è il caso diplomatico scoppiato tra Ciad e Francia nel dicembre scorso. E’ una bella rogna quella che il presidente francese Sarkozy sta cercando di risolvere nel paese centro-africano. Sono stati infatti rilasciati sette dei diciassette europei (soprattutto francesi) arrestati per un traffico di bambini africani diretto verso la Francia ed altri paesi europei.
L’associazione che organizza questo traffico è una organizzazione non governativa “umanitaria” (“L’Arca di Zoe“) che però operava in Ciad con un altre nome (“Children Rescue“) ed è molto ammanicata con l’attuale ministro degli esteri francese Bernard Kouchner. Questa ONG, aveva spacciato dei bambini ciadiani (per di più con famiglia anche se poverissime) come orfani di profughi del Darfur. Non è la prima volta che accade. Era accaduto in Italia quattro anni fa quando la nave umanitaria Cap Anamur aveva cercato di far entrare in Italia un gruppo di profughi africani sostenendo che erano “profughi del Darfur” martoriato dalla pulizia etnica. Ma nessuno di quei profughi era sudanese né proveniva dal Darfur, erano solo stati strumentalizzati per alimentare una operazione politico-mediatica umanitaria che contribuisse a facilitare la strada all’intervento militare della NATO contro il Sudan.

Il presidente sudanese Omar Hassan Al-Bashir

CONCLUSIONI

La storia insegna che gli interessi delle grandi potenze mondiali coincidono puntualmente con la sofferenza di milioni di persone. La tragedia che si sta consumando in Darfur dovrebbe essere fermata al più presto e, a mio avviso, dovrebbe avere una copertura mediatica maggiore. Quest’ultima, infatti, è pressoché inesistente nel nostro paese. Se da noi viene ignorata, negli Stati Uniti viene strumentalizzata, mentre la Cina nega l’evidenza. Un panorama decisamente desolante. Tutte le speranze attuali sono riposte nella forza ibrida UNAMID e sarà soltanto il tempo a dirci se sono ben riposte, o se siamo di fronte all’ennesimo vano tentativo. Le difficoltà che questa forza di pace sta incontrando sul suo cammino non sono certamente di buon auspicio.
Riuscirà il Darfur ad uscire da una spirale di violenza apparentemente inarrestabile?

EPILOGO

La risposta, a distanza di due anni, è: apparentemente sì. Il 24 febbraio 2010, il presidente sudanese Omar Hassan Al-Bashir ha dichiarato conclusa la guerra del Darfur dopo aver stipulato a Doha un accordo di pace con i ribelli del Jem. Il presidente ha acconsentito alla liberazione di 57 prigionieri e alla revoca della condanna a morte di altri 100, accontentando così il Jem. Anche se, ad oggi, manca l’accordo con un altro gruppo, il Sudan Liberation Army.
E così, dopo 300mila morti e 2,7 milioni di sfollati, si è conclusa una delle guerre (per molti genocidio) più logoranti del nuovo millennio.