Storia del conflitto israelo-palestinese

Da Hertlz ad Hamas, origini e storia del conflitto più spinoso e discusso del Novecento che ancora oggi non accenna a trovar una pacifica soluzione. Focus sulla questione palestinese, sul loro esodo forzato nel ’48 e l’irrisolto problema dei profughi.

L’origine del conflitto

Israele vs Palestina, un conflitto lungo 60 anni

L’ascesa al potere di Hamas è solamente l’ultimo episodio di un conflitto che si protrae da più di un secolo.
Il problema israelo-palestinese ha origine verso la fine del XIX°secolo con la nascita del moderno concetto di Sionismo all’interno degli scritti programmatici di Moses Hess, Judah Alkalai, Hirsch Kalischer e Theodore Hertzl. L’ondata di pogroms nella Russia zarista di Alessandro II (1881) e il crescente antisemitismo che si andava diffondendo in Europa, i cui emblemi furono l’”affaire Dreyfus” (1896) e la pubblicazione del falso “Protocolli dei savi anziani di Sion”, aveva spinto questi intellettuali a formulare il suddetto concetto. Il sionismo proclamava la necessità di fondare uno stato completamente ebraico e rivendicava i suoi “diritti storici” ed esclusivi sul territorio palestinese, abitato all’epoca da popolazioni musulmane, druse e cristiane. Fu il giornalista ungherese Hertzl a fondare il Movimento sionista e ad indire il primo congresso mondiale nel 1897, mentre nel frattempo iniziava l’immigrazione ebraica in territorio palestinese,provocando dissapori con la popolazione locale.

Dichiarazione Balfour

La prima guerra mondiale cambiò completamente lo scenario geopolitico del Medio Oriente, con la caduta del millenario Impero Ottomano e la creazione di mandati francesi e inglesi in tutta l’area. Il primo vero successo del movimento sionista fu ottenuto grazie alla celebre “Dichiarazione Balfour”, in cui gli inglesi, mandatari in Palestina, si impegnavano nella “costruzione di un focolare ebraico” nell’area e allo stesso tempo nella salvaguardia dei diritti della popolazione araba. La contraddizione insita nel duplice impegno della Gran Bretagna era evidente e si scontrava con la volontà di autodeterminazione nazionale (ispirata proprio dagli Alleati durante la guerra con i “14 punti” del presidente statunitense Wilson) di entrambe le popolazioni. L’afflusso di immigranti ebrei e la realtà di un governo imperialista straniero provocarono un risveglio nazionalista degli arabi palestinesi, la cui società si polarizzò proprio in quegli anni. Da un lato vi era la fazione capeggiata dal clan degli Husseini che richiedeva la fine del Mandato inglese, l’istituzione di uno stato arabo e la cessazione dell’immigrazione ebraica. Dall’altro vi era la cosiddetta “Opposizione” dominata da un clan aristocratico di Gerusalemme, i Nashashibi, che adottava una linea decisamente più morbida nei confronti dell’yishuv. Il culmine di questa frattura socio-politica venne toccato negli anni 1936-39, con una serie di rivolte e atti terroristici conclusisi con la sostanziale scomparsa delle forze dell’Opposizione, anche se, in realtà, ad essere veramente sconfitta fu tutta la società palestinese, poiché questa profonda frattura aprì la strada alla disfatta del 1948.

Mentre gli inglesi cercavano di sedare la rivolta (volevano un Medio Oriente tranquillo vista la minaccia nazista in Europa), venne alla luce la prima proposta di spartizione della Palestina, promossa da Lord Peel ma subito respinta dall’AHC (Alto comitato arabo). Fallita questa proposta, Whitehall per accattivarsi tutto il mondo arabo alla vigilia del secondo conflitto mondiale, pubblicò il “Libro Bianco”sulla Palestina (1939): qui pose grossi limiti all’immigrazione ebraica, vietando l’acquisto di terreni all’yishuv e promettendo l’indipendenza politica entro dieci anni ai palestinesi.

Risoluzione 181

Ancora una volta fu il conflitto mondiale a cambiare lo scenario politico palestinese, rendendo la situazione sempre più sfavorevole per gli arabi. Furono diverse e varie le ragioni per cui Whitehall (e quindi la Gran Bretagna) affidò la risoluzione di questo insanabile conflitto all’assemblea delle Nazioni Unite, che il 29 novembre 1947 approvò un piano di spartizione (risoluzione 181) che prevedeva il 55% del territorio affidato agli ebrei, il 40% agli arabi e la zona di Gerusalemme posta sotto controllo internazionale. Innanzitutto giocarono a favore di questa risoluzione e della causa ebraica, le pressioni politico-morali esercitate dall’Olocausto e dal crescente coinvolgimento americano a favore del sionismo, che rendevano ormai inevitabile la creazione di uno stato ebraico.

Da non sottovalutare poi la campagna moralmente e politicamente imbarazzante di Londra, prima e dopo il conflitto, con il divieto d’immigrazione illegale di ebrei (nonostante il genocidio perpetrato dai nazisti), e con l’elevato costo economico della lotta contro il terrorismo ebraico ad opera dei revisionisti dell’IZL (Irgun) e del LHI (Combattenti per la libertà di Israele). Infine l’immagine dei palestinesi si era macchiata con la rivolta del ’36-’39, e soprattutto con l’appoggio ai nazisti durante la guerra (Husseini fu esiliato in Egitto); l’yishuv invece aveva arricchito la sua esperienza in campo militare e rafforzato la sua economia.

L’yishuv accolse con gioia la risoluzione mentre invece l’AHC la respinse con decisione, ritenendola iniqua e innescando un’ondata di disordini. L’ALA (Esercito di liberazione arabo) sostenuto da migliaia di volontari provenienti dal mondo arabo, iniziò presto a scontrarsi con l’Haganah e le altre formazioni militari ebraiche. Quello che sembrava un semplice “remake” dei fatti del ’36-’39 si trasformò ben presto in una vera e propria guerra civile, anche a causa dell’annuncio del ritiro inglese e della fine del Mandato entro il 15 maggio del 1948.

L’unica preoccupazione dell’Haganah era quella di un possibile coinvolgimento inglese e un’eventuale invasione degli stati arabi confinanti, poiché la loro superiorità militare e logistica era netta nei confronti dei palestinesi. In più l’yishuv funzionava come “uno stato nello stato” e sarebbe stato in grado di divenire appunto uno stato nel giro di poche settimane, grazie anche alla sua guida politica decisa ed esperta (il Mapai con David Ben Gurion); la società palestinese era invece lacerata e disorganizzata, l’unico ente funzionante (l’AHC) andava ad intermittenza ed era divenuto praticamente inefficiente dopo la parziale fuga del ceto medio: emblematico il fatto che negli anni 1948-’49 la causa palestinese fu sostenuta presso le Nazioni Unite dagli altri stati arabi e non dai palestinesi stessi.

Quando divenne chiaro che gli inglesi non sarebbero intervenuti in alcun modo, l’Haganah cambiò radicalmente la sua strategia da difensiva a offensiva, con l’obiettivo di arrivare alla fatidica data del 15 maggio (in cui fu proclamata la nascita dello stato ebraico di Israele) con le linee di comunicazione interne e i confini sicuri,”ripuliti” dai nemici palestinesi, per affrontare al meglio l’inevitabile invasione degli stati arabi confinanti.

Problema profughi

Fu proprio questa guerra a dare vita al problema più grave e opprimente che ancora oggi non accenna a trovare una soluzione: il problema dei profughi. Durante la guerra circa 700.000-800.000 arabi furono espulsi o comunque abbandonarono le loro abitazioni, cercando rifugio nei paesi confinanti o in altri luoghi della Palestina stessa. Il concetto di “trasferimento” era legato indissolubilmente al sionismo sin dalla sua nascita, in quanto la creazione di uno stato ebraico sarebbe stato impossibile, o quantomeno difficoltosa, su un territorio a maggioranza araba. Questo concetto rimase celato nella mente di molti leader dell’yishuv fino agli anni trenta, in quanto un trasferimento massiccio era considerato moralmente poco accettabile e politicamente pericoloso. Ma fu appunto in questi anni che la tesi iniziò ad essere sostenuta ad alta voce da molti dirigenti dell’yishuv a causa di alcuni cambiamenti socio-politici in corso. Innanzitutto il risveglio nazionalista palestinese, sfociato in rivolte e disordini, dimostrò come un’ampia minoranza araba avrebbe minacciato l’esistenza stessa del neonato Stato ebraico dal suo interno (la cosiddetta “quinta colonna”); successivamente la seconda guerra mondiale e l’Olocausto resero poi l’immigrazione ebraica più imponente e impellente, quindi gli ebrei necessitavano di più terre e case, da sottrarre naturalmente agli arabi. Anche in Occidente questa ipotesi ebbe dei sostenitori, come Lord Peel, che nella sua prima proposta di spartizione incluse una clausola che prevedeva un trasferimento di popolazione (nel caso greco-turco questa soluzione si era rivelata positiva).

Il concetto pre-bellico di trasferimento non venne mai trasformato in vera e propria politica di espulsione di massa, anche se quest’ultima era profondamente desiderata a livello locale e nazionale dalla maggioranza dell’yishuv. Ma mentre questo desiderio condiviso non si tramutò mai in una politica sistematica, un gran numero di arabi venne espulso, soprattutto dopo l’invasione panaraba di metà maggio del ’48. Molta ambivalenza e confusione contraddistinsero le azioni dell’Haganah e dell’IDF nei confronti della popolazione araba, dettate spesso da circostanze locali o dalla volontà dei singoli comandanti di battaglione e brigata. La politica israeliana sul trattamento dei profughi non fu affatto ambivalente, in quanto il ritorno di quest’ultimi venne impedito con ogni mezzo, e coloro che riuscivano ad infiltrarsi e rientrare, venivano puntualmente rastrellati ed espulsi. Una gran parte di coloro che diventarono profughi era fuggita dalle proprie case non perché costretti, ma per il timore di vivere sotto il dominio ebraico e per le azioni militari dell’Haganah; molti pensavano poi che rimanere sotto il dominio dell’yishuv li avrebbe fatti apparire dei traditori agli occhi dei leader palestinesi.

Prima fase dell’esodo palestinese

Questa fuga caratterizzò la prima delle quattro fasi dell’esodo, svoltasi tra il dicembre ’47 e il marzo ’48. Molte famiglie dei ceti superiore e medio partirono dalle città destinate a trovarsi all’interno del futuro Stato ebraico previsto dalla spartizione (Jaffa,Haffa,Acri), o dai quartieri vicini alla Gerusalemme ovest ebrea, per dirigersi negli stati arabi confinanti. Tutte queste famiglie pensavano che l’esilio fosse temporaneo e possedevano ad ogni modo i mezzi finanziari per mantenersi. La partenza dei ceti superiori e dei leader locali scoraggiò ovviamente le masse urbane e gli abitanti dei piccoli centri vicini, che si sentivano abbandonati alla mercè del nemico sionista. Le azioni militari di cecchinaggio, lanci di bombe, raffiche di mitragliatrici e imboscate non facevano altro che peggiorare la situazione. I problemi negli spostamenti e nelle comunicazioni si sommarono a quelli della distribuzione alimentare e della disoccupazione, e così, anche se la fuga significava miseria per la maggior parte della popolazione, moltissimi partirono.

Le offensive e controffensive dell’aprile-giugno fecero sì che l’effetto cumulativo delle paure, privazioni,  abbandono e devastazioni dei mesi precedenti sopraffacesse la naturale riluttanza ad abbandonare le proprie case e proprietà. Il morale degli arabi crollò drammaticamente di fronte all’evidente superiorità militare dell’Haganah sulle forze palestinesi, dando vita alla seconda e cruciale fase dell’esodo. L’AHC si oppose in un primo momento all’esodo (degli uomini in età di leva, tutti gli altri furono esortati ad andarsene, in special modo le donne) ma il suo intervento fu ancora una volta inefficace; è stato comunque sfatato il mito dell’appello arabo alla fuga di massa grazie agli studi dei “nuovi storici”, che hanno contribuito a far luce sulle responsabilità del ‘48. Alcuni ordini di espulsione e manovre di guerra psicologica scatenarono, insieme alle azioni militari, una sorta di effetto domino, che vedeva cadere e spopolarsi prima le città, poi gli hinterland e infine i villaggi rurali. Un altro elemento importante fu il “fattore stragi”: le atrocità vere e proprie commesse dall’esercito israeliano (come a Deir Yassin e principalmente nel sud del paese) accrebbero i timori già presenti e diffusi dalla propaganda araba, stimolando la fuga precipitosa e il panico. Sul piano prettamente politico, la prospettiva di un’invasione panaraba diede origine al “Piano D”, che accordava carta bianca ai comandanti militari per lo sgombero totale degli arabi dalle zone ritenute di importanza vitale. Le zone di confine e vicine alle linee di comunicazione principali vennero così “ripulite”: la minaccia di una “quinta colonna” presente durante l’invasione angosciava sia i militari che i politici (anche quelli più ideologicamente impegnati alla coesistenza con gli arabi,appartenenti al Mapam). Dall’altro lato oltre all’inefficacia dell’AHC, gli stati arabi sembravano non accorgersi della gravità di questo esodo, che sarebbe venuto a gravare sulle loro spalle. Forse addirittura i politici di Damasco, Amman e del Cairo ritenevano di poter utilizzare l’esodo, presentandolo come un’espulsione predisposta dai sionisti, come giustificazione necessaria al loro intervento armato.

Il problema del ritorno

Già dopo le prime fasi dell’esodo si impose il problema del ritorno dei profughi. L’avvicinarsi del primo armistizio (giugno) aveva spinto le capitali arabe a richiedere un massiccio rientro, caldeggiato anche dal mediatore delle Nazioni Unite, Bernadotte. Era ovvio che un rientro del genere sarebbe stato politicamente ed economicamente disastroso per il nuovo stato, per di più a guerra tutt’altro che terminata. Ben Gurion e gli altri dirigenti si trovarono ad affrontare il problema in un duplice contesto politico: da un lato le relazioni internazionali con Stati Uniti e Nazioni Unite, dall’altro quelle interne con gli “alleati”di coalizione del Mapam favorevoli alla coesistenza. La prima decisione del Gabinetto fu quella di impedire qualsiasi rientro e di riesaminare la questione al termine del conflitto, mantenendo così l’unità politica interna e il favore di quella internazionale. Nel frattempo sul piano pratico una serie di sviluppi precluse sempre di più un’eventuale rientro di massa, grazie ad un misto di processi accidentali e volontari. I villaggi che erano stati abbandonati furono distrutti e rasi al suolo in modo che non venissero più occupati sia dai miliziani irregolari palestinesi, che successivamente dai profughi infiltrati. Sovente questa distruzione di case e coltivazioni venne bloccata dalla dirigenza politica poiché potevano servire come insediamenti per gli immigrati ebrei.

Oltre alla loro sistemazione in villaggi e quartieri abbandonati,vennero costruiti “ad hoc” degli insediamenti soprattutto nelle aree a scarsa concentrazione ebraica, per renderle più sicure e per “legittimare” le conquiste militari (di territori non assegnati allo Stato ebraico dalla spartizione). Per rendere possibile l’insediamento su terreni arabi, lo Stato disponeva delle espropriazioni a lungo termine con la promessa (vana) di un risarcimento ai legittimi proprietari.

Terza e quarta fase

Nel frattempo durante i combattimenti di luglio (i “Dieci giorni”, armistizio temporaneamente violato) avveniva la terza fase dell’esodo. Le IDF sconfissero gli eserciti giordano ed egiziano e la loro tendenza ad intensificare l’espulsione di civili aumentò, seppure non fosse pervenuto alcun ordine ufficiale dal ministro della Difesa. La sensazione di poter creare uno Stato quasi completamente ebraico e il risentimento per la rinnovata resistenza araba, non più dedita alla fuga come nei mesi precedenti, furono determinanti per la predisposizione crescente alle espulsioni. Il desiderio e speranza di Ben Gurion di avere una minoranza araba più esigua possibile, divenne evidente nell’ottobre-novembre, quando l’esercito fu autorizzato a sgomberare le comunità arabe fino ad una profondità di 15 chilometri lungo il confine. Questa decisione derivò dalla considerazione del fatto che il conflitto sarebbe rimasto un elemento centrale in Medio Oriente negli anni seguenti, e dalla volontà di prevenire le infiltrazioni di profughi e le azioni di spionaggio (quarta e ultima fase dell’esodo).

L’offerta dei centomila

Durante la seconda metà del 1948 crebbero notevolmente le preoccupazioni internazionali sul problema dei profughi, che aumentarono col trascorrere dei mesi e le cui condizioni materiali si aggravavano, comportando enorme disagio ai paesi arabi ospitanti. Queste preoccupazioni si trasformarono presto in pressioni, da parte degli stati ospitanti stessi che richiedevano ora il rientro completo, e da parte degli Stati Uniti e delle Nazioni Unite. L’assemblea generale delle Nazioni Unite appoggiò il “diritto al ritorno” dei profughi in una risoluzione del dicembre ’48, ma Israele non accettò mai questo principio, ritenendolo deleterio sia dal punto di vista politico che economico. Gli americani insistettero nella richiesta di un “gesto” conciliatore da parte degli israeliani, ossia acconsentire al rientro di una parte cospicua di profughi (250.000), mentre gli arabi proseguirono nella loro linea intransigente: i profughi erano diventati un’arma strategica da utilizzare nelle trattative di pace, per entrambe le fazioni. Israele formulò allora nell’inverno del ’49 il cosiddetto “Piano Gaza”, che avrebbe previsto l’assegnazione della striscia di Gaza all’yishuv a discapito dell’Egitto, in modo da ospitare all’interno dei confini israeliani tutti i profughi palestinesi lì presenti. In sostanza si trattava di “scambiare” un territorio con delle vite umane; Israele si sarebbe sobbarcata l’onere di sostenere migliaia di profughi solamente in cambio di una ricompensa territoriale. La proposta fu ampiamente discussa ma alla fine naufragò, e così si arrivò ad uno sforzo finale di conciliazione, ossia la Conferenza di Losanna (primavera 1949). Mesi di discussioni non portarono a nessuna soluzione, poiché l’unica concessione che venne fatta fu quella dell’”offerta dei 100.000”. Tel Aviv, per non compromettere definitivamente la sua immagine internazionale e i suoi rapporti con gli Stati Uniti, accettò a malincuore di ricevere circa 75.000 profughi (perché secondo l’yishuv 25.000 circa erano stati fatti già rientrare) come parte di un accordo complessivo di pace. Anche questa minima proposta scatenò vivaci proteste all’interno del Mapai, e ad ogni modo, sia gli americani che gli arabi la considerarono insufficiente. Il problema dei profughi rimase così insoluto, creando un risentimento crescente nelle masse palestinesi e ponendo le basi per la nascita di un futuro movimento militare; Israele non fu riconosciuto da alcun stato arabo.

Nascita Olp e guerra dei 6 giorni

I palestinesi sparirono dalla scena politica per un ventennio, riapparendo ufficialmente soltanto il 30 maggio del 1964,con la nascita dell’OLP (Organizzazione per la liberazione della Palestina) sotto la tutela egiziana. In quegli stessi anni iniziavano le azioni militari di Al-Fatah, creata dal futuro leader dell’OLP Yasser Arafat. La guerra dei 6 giorni del 1967 sancì l’occupazione completa del territorio palestinese da parte di Israele; venne conquistata la Cisgiordania (prima in mano ai giordani), la striscia di Gaza, Gerusalemme Est e la penisola del Sinai, con un’ennesima violazione delle risoluzioni ONU. Questo conflitto terminato con un’altra sconfitta, spinse Al-Fatah e molti altri movimenti per la liberazione della Palestina, ad unirsi sotto l’egida dell’OLP, che radicalizzò la sua politica e divenne il portavoce ufficiale delle istanze palestinesi. Il settembre nero del ’70 (massacro di palestinesi in Giordania) non fece altro che esacerbare questa situazione già critica.

Guerra del Kippur e Camp David

Nel 1973 arrivò il primo riconoscimento ufficiale per l’OLP da parte del Marocco e contemporaneamente la Guerra del Kippur, dove l’Egitto non riuscì a riappropriarsi del Sinai. In Israele l’estrema destra (Likud) con Begin prese nel ’77 per la prima volta il potere, radicalizzando la propria politica e intensificando la colonizzazione dei territori occupati. Questa linea politica sarà perseguita per i successivi quindici anni, con un’ondata di violenza senza eguali. L’anno successivo segnò il primo storico accordo di pace tra Israele ed uno stato arabo: gli accordi di Camp David. L’Egitto ottenne il recupero del Sinai entro quattro anni in cambio del riconoscimento ufficiale dello Stato d’Israele; questa pace separata favorevole agli israeliani era stata resa possibile dall’ascesa politica in Egitto di Sadat, leader molto più conciliante del predecessore Nasser.

I progetti di Begin per una “Grande Israele” proseguirono con l’invasione del Libano (6 giugno 1982), con l’obiettivo, tutt’altro che secondario, di liquidare l’OLP. La distruzione delle forze militari palestinesi, grazie anche all’aiuto libanese, fu una sconfitta politica e morale pesantissima per Israele.

Intifada

Nell’87 scoppia la prima ‘intifada’

Un movimento popolare, nato proprio dalle crescenti violenze israeliane (aumento delle colonie nei territori occupati) e dalla condizione sempre più disastrosa dei profughi, iniziò a scatenare attacchi di guerriglia, innescando uno stato di guerra civile perenne. È il 1987 l’anno in cui iniziò la prima ”intifada” (“rivolta delle pietre”) nelle regioni occupate di Cisgiordania e Gaza. Tra i protagonisti dell’intifada, nato da una rivolta popolare, vi era il neonato movimento di resistenza islamica Hamas, sorto dall’iniziativa di alcuni leader dei Fratelli musulmani. Esso si opponeva decisamente alla nuova strategia negoziale intrapresa dall’ormai prostrato OLP, e sosteneva la resistenza armata ad ogni costo, distinguendosi però anche per lodevoli iniziative di sostegno e assistenza ai profughi. A differenza degli altri movimenti palestinesi, prevalentemente laici, Hamas ha una fortissima componente religiosa: oltre a promuovere la liberazione nazionale,vuole seguire i precetti dell’islam. Al contrario dell’OLP che richiedeva ormai solamente la liberazione di Gaza e Cisgiordania, Hamas lottava per l’indipendenza di tutta la Palestina “storica”. Mentre gran parte dell’opinione pubblica israeliana iniziava a desiderare la pace, riconoscendo i diritti dei palestinesi, l’OLP proclamava la nascita dello Stato indipendente di Palestina (15-11-1988). Allo stesso tempo però riconosceva la legittimità di Israele e condannava gli atti terroristici, ma questo non fu sufficiente a trovare un accordo di pace definitivo.

La grande illusione di Oslo

Ancora una volta furono gli Stati Uniti a spingere per il raggiungimento della pace, spinti dall’interesse di mantenere un saldo controllo su tutto il Medio Oriente. Forti della grande vittoria politica ottenuta con la guerra del Golfo (1991),gli americani miravano ad aver un controllo capillare di un’area ad alto interesse economico-strategico, sia per l’alta concentrazione di petrolio (nel ’73 i paesi dell’OPEC avevano arbitrariamente alzato il prezzo del greggio a cifre stellari), che per il ruolo chiave del Medio Oriente nello scacchiere geopolitico.
La scomparsa dalla scena mondiale dell’Unione Sovietica imponeva agli Stati Uniti di fare pressioni su Israele, il suo più grande alleato nella regione, affinché negoziasse con i palestinesi. Il 13 maggio del 1993 si arrivò allo storico accordo di Oslo sancito dalla stretta di mano tra Rabin e Arafat. Israele e l’OLP si riconobbero reciprocamente, e i palestinesi ottennero un’autonomia provvisoria (nascita dell’Autorità nazionale palestinese) con la promessa che, nell’arco di cinque anni, il conflitto sarebbe stato risolto in via definitiva. Quello che poteva sembrare l’inizio di decisivi trattati di pace, fu bruscamente interrotto dall’assassinio del primo ministro israeliano Rabin (4 novembre 1995), seguito in rapida successione dall’uccisione del capo di Hamas ordinato dal neoeletto premier israeliano Simon Peres.

Attentati suicidi

Hamas, rifiutando ogni compromesso con il nemico israeliano, iniziò ad utilizzare sistematicamente la “tecnica” degli attentati suicidi, rendendosi conto dell’impatto devastante di questi attacchi sulla psiche collettiva. La prima ondata di attacchi di questo tipo venne compiuta come ritorsione contro il massacro di Hebron, datato al febbraio del ’94. Da quel momento, Hamas è stato sempre molto attento a collegare ogni azione suicida con specifiche uccisioni di civili palestinesi compiute da Israele, conoscendo le pericolose implicazioni derivanti dalla scelta deliberata di obiettivi civili. A scapito di una perdita di consensi a livello internazionale, questa strategia conferì un’aura di forza e popolarità presso i palestinesi, e fornì un pericolosissimo esempio di resistenza ai movimenti islamici: gli attentati suicidi potevano essere giustificati in chiave di martirio religioso, ai fini della Jihad (guerra santa).
Nel 2000 si compì il definitivo fallimento dei trattati di pace, in cui Arafat rifiutò le concessioni fatte da Barak sotto la supervisione del presidente statunitense Clinton. Oltre alla mancata istituzione di uno Stato indipendente, tutte le questioni più importanti, cioè lo status di Gerusalemme, il controllo dei confini, lo smantellamento degli insediamenti a Gaza e in Cisgiordania e il problema dei profughi sono rimasti irrisolti. La perdita di fiducia nei trattati di pace e il senso di frustrazione indotto dalla crescente occupazione israeliana, sono sfociati nello scoppio della seconda intifada, molto più violenta della prima. Le dimissioni di Barak hanno riportato al potere la destra con Sharon (già comandante militare durante l’invasione del Libano).
Sharon ha riproposto una linea intransigente,con la volontà, nemmeno tanto celata, di espellere tutti i palestinesi rimasti in territorio israeliano. La temporanea proposta di concedere la creazione di uno Stato palestinese nella Striscia di Gaza (con lo sgombero delle colonie) e in una parte della Cisgiordania, è stata solamente una manovra politica atta a diminuire le pressioni internazionali. La ventilata volontà di erigere un Muro, per dividere israeliani e palestinesi, non ha fatto altro che evidenziare quali fossero le reali intenzioni del leader israeliano. L’opinione pubblica del paese sta però cambiando, e il crollo dell’estrema destra nelle ultime elezioni, con la vittoria di Olmert, è il segnale più evidente. La politica israeliana degli ultimi vent’anni ha generato una spirale di odio e intolleranza insostenibile, che hanno avuto come naturale conseguenza la vittoria di Hamas nelle elezioni per il rinnovo del Consiglio legislativo palestinese (25 gennaio 2006).

Motivi della vittoria di Hamas

Una manifestazione di Hamas

Una manifestazione di Hamas

A nulla sono servite le misure repressive adottate dall’Autorità palestinese negli ultimi anni sotto le pressioni congiunte di Israele e Stati Uniti. La chiusura delle associazioni dedite ad attività sociali legate ad Hamas, e il congelamento dei loro conti, non ha diminuito né gli attacchi militari né la popolarità del movimento. Il trionfo di Hamas, che si è aggiudicato oltre il 60% dei seggi, è stato comunque uno shock sia per le parti in causa, vincitore compreso, che per l’opinione pubblica internazionale. Hamas si aspettava di ottenere circa il 40% dei seggi per poter avere il ruolo di garante dei diritti del popolo palestinese, senza però aver la diretta responsabilità di governo che, a causa del controllo esercitato dagli israeliani, era tutt’altro che auspicabile.
Le ragioni di questo trionfo sono molteplici. In primo luogo il movimento ha raccolto il frutto di anni di ricerca del consenso e sostegno della popolazione palestinese. Una parte dell’elettorato condivide appieno i programmi e obiettivi dichiarati dal movimento. Il progetto di fine anni Ottanta per la creazione di uno stato palestinese su tutto il territorio cosiddetto “storico”, è stato sostituito dalla pragmatica accettazione del principio dei due stati, e quindi delle risoluzioni ONU. Gli altri obiettivi principali sono il miglioramento economico della popolazione e il riconoscimento dei diritti dei profughi. L’altra parte dell’ elettorato favorevole ad Hamas, ha reagito al completo fallimento di Al-Fatah, artefice e padrone della scena politica palestinese degli ultimi cinquant’anni. Il fallimento nei colloqui di pace con Israele si è sommato con la crescente corruzione e malversazione dei suoi leader.
L’Autorità nazionale non ha saputo adempiere alla fornitura dei servizi di base alla popolazione, e mentre quest’ultima deve lottare con tassi di disoccupazione e povertà senza precedenti, i funzionari hanno indignato l’opinione pubblica con uno stile di vita assai sopra le righe. L’elettorato laico della regione rimane comunque diviso, poiché appoggia Hamas come movimento “nazionalista” ma è preoccupato per le sue rivendicazioni sociali e religiose. Per la Palestina e tutto il mondo arabo si tratta di una svolta epocale: un movimento islamico ha raggiunto per la prima volta il potere democraticamente. Hamas si trova ora ad affrontare una sfida inedita e probabilmente decisiva per la sua evoluzione. Deve mediare tra le sue due anime, quella “nazionalista” e quella religiosa, oltre che tra il suo ramo politico e quello militare, tra cui potrebbero nascere dei contrasti. Questo “evento” ha provocato inquietudini in molti paesi arabi, che temono la parallela ascesa al loro interno dei movimenti islamici.
La comunità internazionale, insieme ad Israele ed Al-Fatah, ha indetto immediatamente l’embargo nei confronti del neonato governo di Hamas, che sarà interrotto solo nel momento in cui esso proclamerà il riconoscimento di Israele e la condanna al terrorismo. La giustificazione all’embargo risiede nel timore che i fondi destinati all’Autorità palestinese vadano ad alimentare le attività terroristiche. In realtà il taglio agli aiuti economici non ha fatto altro che aggravare le condizioni dei profughi, poiché Hamas ha tante altre fonti di finanziamento per le sue azioni militari, sia dall’interno che dal mondo arabo, Iran in particolare. Il ramo militare dell’organizzazione (Izzedin al-Quassam) è stato condannato sin dall’inizio dei suoi attacchi suicidi e successivamente etichettato come movimento terrorista, dopo l’attentato alle “Twin Towers” dell’11 settembre 2001. Il movimento è stato inserito nella lista degli obiettivi da colpire nella lotta al terrorismo internazionale, nonostante il suo teatro d’azione sia sempre e solamente stato Israele. Ma è altresì ben noto come l’11 settembre abbia inaugurato definitivamente la stagione dell’unilateralismo, esplicitato dall’attacco statunitense all’Afghanistan senza previa autorizzazione dell’ONU.

Conclusione

Gli Stati Uniti sono interessati a mantenere calmo lo scacchiere mediorientale, e allo stesso tempo tendono a salvaguardare gli interessi di Israele, storico alleato. La situazione internazionale non ha quindi favorito il raggiungimento di una soluzione al problema israelo-palestinese. Le risoluzioni dell’ONU non sono mai state fatte rispettare. Risulta incomprensibile come le Nazioni Unite non ne abbiano mai imposto il rispetto ad Israele.
A distanza di 60 anni il diritto al ritorno dei profughi, e alla creazione di uno stato palestinese indipendente, continuano a venire palesemente ignorati. Perseverare su questa linea significherebbe aggravare una situazione già incandescente che rischia di assumere proporzioni globali, essendo la questione palestinese, per i movimenti islamici, l’emblema dell’arroganza e arbitrarietà occidentale (statunitense in particolare).
Da parte sua Hamas, se vorrà ottenere credibilità a livello internazionale, dovrà rinunciare alla tattica degli attentati suicidi. Dovrà mostrare grande abilità politica e continuare a sostenere i diritti del popolo palestinese, per il raggiungimento di una soluzione pacifica al conflitto.

BIBLIOGRAFIA:

Esilio. Israele e l’esodo palestinese 1947-1949, Benny Morris, Euro 27,00

Hamas. Un movimento tra lotta armata e governo della Palestina raccontato da un giornalista di Al Jazeera, Hroub Khaled, euro 11,00

Storia del mondo contemporaneo, Roberto Balzani; Alberto De Bernardi, euro 21,00