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“Gheddafi show” a Roma tra mille polemiche

settembre 02, 2010  |  Post by: Michael Vittori  |  Politica No Comments

Gheddafi show a Roma tra mille polemicheRoma- E’, ancora una volta, Gheddafi show. Non mancano mai le polemiche ogni volta che il leader libico mette piede sul suolo italico, nella fattispecie a Roma. I festeggiamenti per il secondo anniversario del Trattato di Bengasi – il patto d’amicizia tra il nostro paese e la Libia, sancito dopo l’italica condanna del capitolo colonialista di giolittiana memoria, che ha dato il la ad una vasta intesa politico-economica- dello scorso 29-30 agosto, non sono sfuggiti a questa costante.  I summit con il neoalleato africano vengono infatti puntualmente accompagnati da pomposi rituali e dichiarazioni ‘al limite’ che finiscono per infastidire un’ampia fetta del nostrano panorama politico e, in questa occasione, persino il Vaticano.

Le ‘sparate’ del Colonnello- Al di là dei cerimoniali ripetitivi e ormai noti nell’Urbe, da molti bollati come avvilenti – il folcloristico sbarco a Ciampino con le amazzoni;  le passeggiate in centro del Colonnello; la parata dei cavalli berberi; l’enorme tenda bianca quale insolito alloggio per un leader straniero -, ad infiammare gli animi sono state le cosiddette ‘lezioni di Corano’ tenute da Gheddafi stesso. Nell’Accademia Libica, di fronte a 500 (il primo giorno, nel secondo le presenze sono calate a 200 per problemi di spazio) hostess appositamente reclutate e retribuite, il Colonnello non si è limitato a decantare il presunto maggior grado di libertà raggiunto dalle donne libiche rispetto a quelle occidentali, determinato – a suo parere – dalla dispensazione “dai mestieri più faticosi”. Il leader della rivoluzione verde si è spinto oltre, prima ‘convincendo’ tre hostess alla conversione, effettuata con rito immediato, poi esprimendo il desiderio che ”l’Islam diventi la religione dell’Europa”. Monito forte, soprattutto se pronunciato nella capitale e roccaforte del cattolicesimo. E seguito da parole quali “se Gesù e la Madonna fossero vissuti fino all’avvento di Maometto, sicuramente avrebbe abbracciato la sua religione”.

Le reazioni- Decisamente troppo per il Vaticano e il quotidiano Avvenire, che ha bollato la vicenda come un”incresciosa messa in scena, volutamente folcloristica ma urtante”. Non da meno la Padania, che ha titolato a caratteri cubitali “L’Europa sia cristiana”, con chiaro riferimento alle lezioni impartite dal rais. Non hanno gradito nemmeno i finiani di Farefuturo, per i quali l’Italia è stata degradata a “Disneyland di Gheddafi”, e il Pd, secondo cui lo show del colonnello rappresenta “un danno di credibilità e immagine per il Paese”.Cerca invece di spegnere il fuoco delle polemiche il ministro degli Esteri Franco Frattini, affermando che “Gheddafi è un leader importante per tutto il Medio Oriente” e definendo l’alleanza con Tripoli “strategica e rilevante”.

Affari e immigrazione- L’aspetto prettamente diplomatico dell’incontro passa così (inevitabilmente) in secondo piano. Un piccolo summit che ha rinforzato ancora di più i saldi rapporti tra Roma e Tripoli inaugurati due anni fa. I nodi cruciali sono quelli consueti: immigrazione, Medio Oriente, economia, energia e infrastrutture. Sul primo tema, la Libia ha confermato il suo impegno nel bloccare l’immigrazione clandestina, chiedendo però all’Europa, tramite la mediazione italiana, un contributo futuro di “5 miliardi l’anno” per l’Africa in toto, da investire nella regolazione del flusso migratorio verso il vecchio Continente. Anche se, hanno prontamente replicato da Bruxelles, la cifra è “sovrastimata”, poiché secondo l’UE sono sufficienti somme “di gran lunga inferiori a quelle evocate a Roma”. Tuttavia, l’Unione Europea intende rafforzare i rapporti con la Libia, riconoscendo in questa partnership “un’ottima opportunità”.
Sul fronte economico, invece, il Colonnello ha ribadito che l’apertura dei mercati libici nei confronti delle imprese italiane proseguirà a pieno ritmo, come comprovato dai succosi ordini ottenuti dai colossi Ansaldo Sts e Finmeccanica. A conferma di quanto asserito nel colloquio privato con Berlusconi, le commesse per il maxi progetto della nuova autostrada libica da 1700 km (costo 2,3 miliardi) finiranno, come da accordi, ad aziende tricolori. Da contraltare, la presenza di Tripoli in Eni (1%) e Unicredit (7% in mano a Gheddafi) potrebbe presto estendersi ad altre imprese come Telecom, Terna, Finmeccanica, Impregilo e Generali. Un giro d’affari da circa 40 miliardi di euro che fa comodo a tutti e che ha consentito al paese maghrebino, quale parziale ‘contropartita’, di sfruttare l’amicizia italiana per uscire dallo storico isolamento politico-economico in cui è stato relegato negli ultimi 40 anni.

La Libia ‘concede’ lavoro e residenza ai rifugiati eritrei. Ma in ballo c’è una rischiosa identificazione

luglio 08, 2010  |  Post by: Michael Vittori  |  Politica estera No Comments
La Libia concede lavoro e residenza ai rifugiati eritrei. Ma in ballo c’è una rischiosa identificazioneLibertà in cambio di residenza e lavoro. E’ questa la condizione posta dal governo libico –sottoforma di accordo firmato dal ministro della Pubblica Sicurezza, il generale Younis Al Obeidi, con il ministro del Lavoro- ai 250 rifugiati eritrei detenuti da otto giorni in condizioni disumane nel carcere di Braq nei pressi di Saba. Gheddafi ha dunque ceduto alle pressioni del governo italiano, “incaricato” nei giorni scorsi dal Consiglio d’Europa di trovare una soluzione alla questione dei profughi eritrei.
Il 2 luglio scorso, infatti, il commissario europeo ai diritti umani Thomas Hammarberg ha inviato ai ministri Frattini e Maroni una lettera in cui denunciava i maltrattamenti inflitti dalla polizia libica ai rifugiati durante il trasferimento da un campo di detenzione all’altro, chiedendo al nostro paese di far luce sulla vicenda alla luce dei buoni rapporti tra Roma e Tripoli. Questo anche perché la Libia ha da tempo di fatto ‘cacciato’ l’Unhcr (l’organismo Onu per i rifugiati) dal proprio territorio. Inoltre, tra i 250 detenuti vi sarebbero anche dei richiedenti asilo, nonché persone che sono state rispedite in Libia dopo essere state intercettate in mare mentre cercavano di raggiungere l’Italia. Pronta l’azione diplomatica dei due ministri che ha portato all’inserimento’ degli immigrati, ai quali Tripoli offre “una vita dignitosa e un lavoro socialmente utile”. Ma ad una condizione: sottoporsi ad identificazione da parte dell’ambasciata eritrea.
Il nodo della questione rimane dunque irrisolto. Per ora, infatti, nessun rifugiato ha accettato il compromesso. Per un semplice motivo: “l’identificazione da parte dell’ambasciata eritrea –spiega il presidente del Consiglio italiano per i rifugiati, Cristopher Hein- espone i rifugiati al rischio di ritorsioni violente sia nei loro confronti che dei loro familiari rimasti in patria”. L’improponibile scelta è tra lo scarceramento a costo della sicurezza dei propri cari, o la permanenza dietro le sbarre. Un vero e proprio ricatto a cui si può porre fine soltanto “accogliendo nel nostro paese questi rifugiati –prosegue Hein- anche perché molti di loro sono profughi respinti nell’estate del 2009 dalla Marina italiana e condotti in Libia senza che gli fossero fatte domande sulla loro provenienza e, quindi, senza che venisse accertato il loro diritto a chiedere asilo politico”.
Di ben altro avviso Maroni e Frattini, che respingono al mittente le accuse di qualsivoglia responsabilità italiana nella questione dei rifugiati trattenuti in Libia e denunciano “il totale disinteresse mostrato dall’Europa”. E, insieme al sottosegretario agli Esteri Stefania Craxi, esprimono soddisfazione per il comunicato emesso da Tripoli. “Il comunicato del ministero libico che si dice disponibile ad accogliere 400 cittadini eritrei è un fatto molto positivo –afferma la Craxi – Tra queste persone il numero di coloro che hanno accettato di firmare il documento di identificazione, che ieri era di circa 140 persone, sta salendo di ora in ora”. In riferimento alle dichiarazioni di Hein, il sottosegretario afferma di non capire “di quale rischio si parli di fronte al numero crescente di eritrei che si fanno identificare”.
Ma dal deserto del Sahara arriva un altro SOS da parte dei profughi, che hanno richiesto all’Italia e all’Europa di essere inseriti in un programma di “resettlement” per rifugiati politici. Il calvario dei cittadini eritrei, in continua e disperata fuga dall’ennesima guerra sanguinosa, continua. Così com’è già successo nel recente passato. E la sensazione è che la parola fine sia ancora lungi dall’essere scritta su questa delicata vicenda.
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