La clandestinità non è punibile come reato. Lo ha stabilito lo scorso 28 aprile la Corte di Giustizia dell’UE con una sentenza che boccia il reato di clandestinità, punibile con la reclusione da uno a quattro anni, introdotto nell’ordinamento italiano nel 2009 con il cosiddetto “pacchetto sicurezza“. Una norma che, spiegano i giudici europei, cozza con la direttiva UE sui rimpatri degli irregolari, la cui prerogativa più importante è garantire che la legislazione stessa venga interpretata e applicata in modo uniforme in tutti i paesi dell’Unione.
La Corte del Lussemburgo è stata chiamata in causa da Hassen El Dridi, algerino condannato a fine 2010 ad un anno di reclusione dal tribunale di Trento per non aver rispettato l’ordine di espulsione. Sentenza che El Dridi ha impugnato presso la Corte d’Appello di Trento, da cui è partita la richiesta alla Corte di Giustizia per stabilire se la legge italiana fosse o meno in contrasto con la direttiva UE sul rimpatrio dei cittadini irregolari. El Dridi, dunque, ha vinto la sua personale battaglia, dato che, come si legge nella sentenza, “gli Stati membri non possono introdurre, al fine di ovviare all’insuccesso delle misure coercitive adottate per procedere all’allontanamento coattivo, una pena detentiva, come quella prevista dalla normativa nazionale in discussione, solo perché un cittadino di un paese terzo, dopo che gli è stato notificato un ordine di lasciare il territorio nazionale e il termine impartito con tale ordine è scaduto, permane in maniera irregolare su detto territorio“. Le conseguenze saranno immediate ed avranno effetto non solo per El Dridi, ma per tutti i clandestini presenti sul nostro territorio: il giudice italiano dovrà “disapplicare ogni disposizione nazionale contraria alla direttiva e tenere conto del principio dell’applicazione retroattiva della pena più mite“.
In tema di rimpatri, quindi, la Corte riafferma come gli Stati membri non possano applicare regole più severe di quelle previste dalle procedure europee, ovvero “l’allontanamento coattivo dopo 30 giorni dalla decisione di rimpatrio” con l’adozione delle “misure meno coercitive possibili”.
Dunque, dopo che le nostrane Corte costituzionale e Cassazione avevano rilevato come “punire con la detenzione il mancato allontanamento del migrante fosse una misura sproporzionata e inutile“, l’Unione manda in pensione anticipata il discusso reato di clandestinità. Soddisfatti l’Unhcr e Oliviero Forti, responsabile nazionale immigrazione della Caritas, che auspicano una pronta applicazione della direttiva, “poiché stabilisce in modo chiaro le modalità di allontanamento dei migranti irregolari e ribadisce l’inderogabilità del principio del non respingimento per richiedenti asilo e rifugiati“.
Di ben altro parere il ministro dell’Interno Roberto Maroni, a dir poco “indoddisfatto” per il verdetto dell’UE. “Ci sono altri Paesi europei che prevedono il reato di clandestinità e non sono stati censurati” ha dichiarato in prima battuta il ministro, commentando poi più approfonditamente il verdetto della Corte. “L’eliminazione del reato, accoppiata alla direttiva europea sui rimpatri, rischia di fatto di rendere impossibili le espulsioni, trasformandole solo in intimazione ad abbandonare il territorio nazionale entro sette giorni - spiega – Questo rende assolutamente inefficaci le politiche di contrasto all’immigrazione clandestina“. Maroni, dunque, non si arrende, e annuncia che si riserverà di “valutare le conseguenze di questa sentenza e vedere come porvi rimedio“. L’intenzione è di “continuare con le espulsioni” soprattutto con la Tunisia, dove l’accordo sta portando buoni frutti.
La bocciatura, agli occhi del ministro, ribadisce ancora una volta la distanza dell’Europa dall’Italia. “L’Italia è in Europa, occorre che le istituzioni europee si rendano conto che, se si rende più difficile l’espulsione dei clandestini, non è un problema solamente nostro ma di tutta l’Unione“.
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L’UE boccia il reato di clandestinità
Da poliziotta a presidente del Kosovo
Ieri era un semplice funzionario di polizia, oggi il primo presidente donna nella storia di un paese balcanico. L’epopea di Atifete Jahjaga, ex vice capo della polizia nazionale e dall’8 aprile nuovo presidente del Kosovo, assomiglia ad una favola. “Fino a ieri, non avrei mai pensato di poter assumere un incarico politico di tale importanza, ma sono pronta a servire il mio Paese”, le sue prime dichiarazioni. Il neo presidente ha inoltre aggiunto di voler fungere da “garante della legalità e fattore unificante” e di voler “rappresentare tutti i cittadini del Kosovo, a prescindere da nazionalità, religione, razza e sesso“.
La nomina a presidente della Jahjaga va a colmare il vuoto lasciato da Behgjet Pacolli, la cui elezione dello scorso 22 febbraio (a sua volta frutto di un compromesso raggiunto con enorme fatica) è stata invalidata il 31 marzo da una sentenza della Corte Costituzionale di Pristina. Ristabilire i fragili equilibri dell’alleanza di governo tra lo stesso Pacolli e il premier Hashim Thaçi non è stato affatto semplice. Mercoledì 6 aprile la svolta. I tre principali leader politici del paese (il premier, Pacolli e il leader dell’opposizione Isa Mustafa), sotto l’onnipresente supervisione dell’ambasciatore americano Christopher Dell, trovano un accordo, sbloccando l’impasse istituzionale e scongiurando il rischio di elezioni anticipate.
A sorpresa il nome scelto è stato quello della Jahjaga. Un candidato bipartisan, donna e giovane (36 anni appena): una faccia “pulita” e credibile da mostrare al mondo e contrapporre all’immagine appannata e spesso compromessa dei vari leader di punta: uno su tutti il “serpente” Hashim Thaçi, eletto presidente del Consiglio tra mille polemiche e recentemente accusato di gravi crimini di guerra dal dossier ripescato dal senatore svizzero del Consiglio d’Europa Dick Marty.
Il frutto di un compromesso
E’ così che un personaggio fino a ieri sconosciuto – non solo all’esterno ma anche all’interno dei confini nazionali – ha vinto le elezioni al primo turno, ottenendo 80 voti su 120 complessivi.
Da buon compromesso, la nomina del nuovo presidente ha portato in dote anche un pacchetto di riforme costituzionali e del sistema elettorale. Il prossimo numero uno del Kosovo sarà scelto direttamente dagli elettori, perciò questo mandato si prospetta come un periodo di transizione istituzionale. Cambieranno anche le elezioni politiche a partire dal 2013, un anno prima di quanto preventivato.
Insomma, se l’ascesa della 36enne nativa di Djakova ha i connotati di una fiaba, altrettanto non può dirsi dell’intricato percorso che l’ha portata sin qui. L’ultimo, l’ennesimo, coup de theatre della politica kosovara, dunque, non è sinonimo di democrazia avanzata e consapevole. E’ un altro salvataggio in extremis da una potenziale crisi istituzionale orchestrato da Dell, il “burattinaio di Pristina”. Negli ultimi sei mesi, infatti, ne sono successe davvero di tutti i colori.
Un semestre di continui ribaltoni
Il primo atto è datato settembre 2010, quando la Corte costituzionale si accorge all’improvviso che il presidente Fatmir Sejdiu viola la carta fondamentale, dato che ricopre contemporaneamente la carica di capo di Stato e leader di partito. Seguono elezioni anticipate, segnate però da diffusi brogli, soprattutto per mano del partito vincitore, il PDK di Thaçi. Nonostante ciò, le elezioni vengono validate con l’escamotage della ripetizione del voto soltanto in poche municipalità. Per dare stabilità al neonato governo, il PDK e l’AKR trovano un’intesa basata sull’elezione a presidente di Behgjet Pacolli . Dopo tre tentativi e il decisivo supporto di Dell, Pacolli viene eletto. Fino alla sentenza della Corte. E’ ancora una volta l’ambasciatore americano, portavoce degli interessi di Washington e Bruxelles, ad estrarre il coniglio dal cilindro e salvare la situazione.
Complimenti Atifete, ma dopo così tanti ribaltoni e acrobazie, il compito che ti aspetta è di quelli davvero ardui.
Il business della disperazione. Ecco le nuove tratte degli schiavi
Un milione di esseri umani “trafficati” ogni anno nel mondo, 500 mila solo in Europa. 12 milioni e 300 mila persone sottoposte a sfruttamento lavorativo e sessuale. 2.183 criminali denunciati per traffico di migranti in Italia.
Il business degli scafisti è ormai cosa risaputa, ma scorrere le cifre emerse da un rapporto del Copasir del 2009 desta comunque impressione. Le statistiche mettono a nudo un’agghiacciante realtà: tra tanto parlare di permessi temporanei, vincoli imposti da Schengen e quant’altro, a Bruxelles e dintorni si dimentica che sulle sponde del Mediterraneo è in corso un vero e proprio traffico di vite umane. La nuova tratta degli schiavi che porta nelle tasche delle organizzazioni criminali tra i 7 e i 13 miliardi di dollari.
La punta del nuovo maledetto triangolo è l’Italia. Le rotte degli schiavi portano principalmente al nostro paese, porta d’accesso all’Europa. I migranti partono da tutto il Maghreb. Dall’Egitto arrivano su tre direttrici: due nel deserto verso la Libia e una, quella proveniente da Sri Lanka, Bangladesh e Corno d’Africa, via mare. Dalla Libia, ancor prima della guerra, i clandestini dell’Africa subsahariana, risaliti nel deserto a bordo di camion, partivano da 5 aree tutte nella Tripolitania. Il Marocco è un Paese di transito dei flussi dell’Africa centrale e nord-occidentale diretti in Spagna e Italia. Dall’Algeria molti sono sbarcati direttamente in Sardegna. Mentre la Tunisia meridionale, ancor prima della crisi politica, è sempre stata tappa intermedia per immigrati provenienti da Niger, Ciad, Ghana, Liberia, Mali, Sierra Leone, Algeria, Marocco, Iraq, Palestina e Sri Lanka.
Per sfuggire al loro destino, i migranti pagano in media 1200-1400 euro, ma il conflitto libico ha portato gli sciacalli del mare ad estorcere fino a 4000 euro a “biglietto” verso Lampedusa per un totale di 26 milioni di euro incassati nelle ultime settimane. La guerra a Tripoli e il rovesciamento di Ben Ali si sono dunque rivelate una manna dal cielo per i burattinai degli scafisti. Un business della disperazione che, alla luce delle previsioni demografiche (popolazione africana in aumento del 38% nel prossimo decennio, mentre quella europea calerà di 10 milioni d’unità), è destinato ad arricchirsi ulteriormente. Un’emergenza che, volente o nolente, l’UE non potrà continuare ad ignorare.
Serbia, l’ingresso nell’UE si avvicina
Belgrado si avvicina all’Europa. Dopo una lunga fase di stallo, lo scorso 25 ottobre i 27 ministri degli esteri dei paesi appartenenti all’UE hanno sbloccato la domanda di adesione della Serbia, che potrà ora passare all’esame della Commissione europea.
Un importantissimo passo in avanti nel negoziato tra Bruxelles e Belgrado che rimane però condizionato, come da approvata richiesta olandese, ai progressi nella cooperazione del governo serbo con il Tribunale internazionale dell’Aja. Il Tpi, infatti, vuole avvalersi dell’indispensabile collaborazione di Belgrado per arrivare all’arresto di tutti i criminali di guerra latitanti, in particolare dell’ex generale serbo-bosniaco, Ratko Mladic, e dell’ex leader politico serbo-croato, Goran Hadzic, accusati di crimini contro l’umanità e genocidi. Se il grado di cooperazione sarà giudicato soddisfacente all’unanimità, è ragionevole pensare che nell’arco di un anno Belgrado coronerà il suo sogno: ottenere lo status di Paese candidato UE, l’ultimo passo verso il definitivo ingresso nell’Unione.
Commenti soddisfati dalla Farnesina, secondo cui la decisione dei 27 rappresenta un «giusto segnale» che arriva «al momento giusto per la Serbia e l’intera regione balcanica». Un «segnale concreto – proseguono le fonti ufficiali – per la prospettiva europea di un paese che l’Italia e il ministro Frattini, con il suo impegno personale, hanno fortemente incoraggiato».
“Gheddafi show” a Roma tra mille polemiche
Roma- E’, ancora una volta, Gheddafi show. Non mancano mai le polemiche ogni volta che il leader libico mette piede sul suolo italico, nella fattispecie a Roma. I festeggiamenti per il secondo anniversario del Trattato di Bengasi – il patto d’amicizia tra il nostro paese e la Libia, sancito dopo l’italica condanna del capitolo colonialista di giolittiana memoria, che ha dato il la ad una vasta intesa politico-economica- dello scorso 29-30 agosto, non sono sfuggiti a questa costante. I summit con il neoalleato africano vengono infatti puntualmente accompagnati da pomposi rituali e dichiarazioni ‘al limite’ che finiscono per infastidire un’ampia fetta del nostrano panorama politico e, in questa occasione, persino il Vaticano.
Le ‘sparate’ del Colonnello- Al di là dei cerimoniali ripetitivi e ormai noti nell’Urbe, da molti bollati come avvilenti – il folcloristico sbarco a Ciampino con le amazzoni; le passeggiate in centro del Colonnello; la parata dei cavalli berberi; l’enorme tenda bianca quale insolito alloggio per un leader straniero -, ad infiammare gli animi sono state le cosiddette ‘lezioni di Corano’ tenute da Gheddafi stesso. Nell’Accademia Libica, di fronte a 500 (il primo giorno, nel secondo le presenze sono calate a 200 per problemi di spazio) hostess appositamente reclutate e retribuite, il Colonnello non si è limitato a decantare il presunto maggior grado di libertà raggiunto dalle donne libiche rispetto a quelle occidentali, determinato – a suo parere – dalla dispensazione “dai mestieri più faticosi”. Il leader della rivoluzione verde si è spinto oltre, prima ‘convincendo’ tre hostess alla conversione, effettuata con rito immediato, poi esprimendo il desiderio che ”l’Islam diventi la religione dell’Europa”. Monito forte, soprattutto se pronunciato nella capitale e roccaforte del cattolicesimo. E seguito da parole quali “se Gesù e la Madonna fossero vissuti fino all’avvento di Maometto, sicuramente avrebbe abbracciato la sua religione”.
Le reazioni- Decisamente troppo per il Vaticano e il quotidiano Avvenire, che ha bollato la vicenda come un”incresciosa messa in scena, volutamente folcloristica ma urtante”. Non da meno la Padania, che ha titolato a caratteri cubitali “L’Europa sia cristiana”, con chiaro riferimento alle lezioni impartite dal rais. Non hanno gradito nemmeno i finiani di Farefuturo, per i quali l’Italia è stata degradata a “Disneyland di Gheddafi”, e il Pd, secondo cui lo show del colonnello rappresenta “un danno di credibilità e immagine per il Paese”.Cerca invece di spegnere il fuoco delle polemiche il ministro degli Esteri Franco Frattini, affermando che “Gheddafi è un leader importante per tutto il Medio Oriente” e definendo l’alleanza con Tripoli “strategica e rilevante”.
Affari e immigrazione- L’aspetto prettamente diplomatico dell’incontro passa così (inevitabilmente) in secondo piano. Un piccolo summit che ha rinforzato ancora di più i saldi rapporti tra Roma e Tripoli inaugurati due anni fa. I nodi cruciali sono quelli consueti: immigrazione, Medio Oriente, economia, energia e infrastrutture. Sul primo tema, la Libia ha confermato il suo impegno nel bloccare l’immigrazione clandestina, chiedendo però all’Europa, tramite la mediazione italiana, un contributo futuro di “5 miliardi l’anno” per l’Africa in toto, da investire nella regolazione del flusso migratorio verso il vecchio Continente. Anche se, hanno prontamente replicato da Bruxelles, la cifra è “sovrastimata”, poiché secondo l’UE sono sufficienti somme “di gran lunga inferiori a quelle evocate a Roma”. Tuttavia, l’Unione Europea intende rafforzare i rapporti con la Libia, riconoscendo in questa partnership “un’ottima opportunità”.
Sul fronte economico, invece, il Colonnello ha ribadito che l’apertura dei mercati libici nei confronti delle imprese italiane proseguirà a pieno ritmo, come comprovato dai succosi ordini ottenuti dai colossi Ansaldo Sts e Finmeccanica. A conferma di quanto asserito nel colloquio privato con Berlusconi, le commesse per il maxi progetto della nuova autostrada libica da 1700 km (costo 2,3 miliardi) finiranno, come da accordi, ad aziende tricolori. Da contraltare, la presenza di Tripoli in Eni (1%) e Unicredit (7% in mano a Gheddafi) potrebbe presto estendersi ad altre imprese come Telecom, Terna, Finmeccanica, Impregilo e Generali. Un giro d’affari da circa 40 miliardi di euro che fa comodo a tutti e che ha consentito al paese maghrebino, quale parziale ‘contropartita’, di sfruttare l’amicizia italiana per uscire dallo storico isolamento politico-economico in cui è stato relegato negli ultimi 40 anni.
In Europa esplode il problema rom
Esplode il problema rom in Europa. A porlo in tutta la sua evidenza, i rimpatri “volontari” fortemente voluti dal presidente francese Nicolas Sarkozy. Espulsioni partite ufficialmente lo scorso 19 agosto e miccia di un’accesissima discussione che sta coinvolgendo tutta l’Unione Europea, per quella che è ormai una questione non più procrastinabile. Che fare con i rom, cittadini dell’Ue di fatto, ma spesso confinati in campi abusivi e restii ad adottare usi e stile di vita ‘europei’? Come integrarli nel tessuto economico e sociale di Francia, Italia, ecc.. e porre fine ad una situazione anomala, quasi da ghetto? Interrogativi rimasti tali, a cui Parigi, un po’ come successe a Roma con l’enorme campo del Casilino, ha però deciso di rispondere con il pugno di ferro.
L’antefatto- Tutto ha inizio con i fatti di Saint-Aignan. La dura reazione dell’Eliseo affonda infatti le sue radici negli episodi di guerriglia di fine luglio del piccolo villaggio della Loira, dove la locale comunità rom ha reagito violentemente all’uccisione di un suo giovane membro da parte della polizia. La morte del ragazzo, freddato in circostanze poco chiare per essere sfuggito ad un controllo, ha scatenato la furia cieca dei suoi connazionali, che hanno distrutto la gendarmeria locale e messo a ferro e fuoco il piccolo villaggio. La reazione di Sarkozy non si è fatta attendere. Il presidente, storicamente poco ‘amichevole’ nei confronti dei nomadi –nonostante le sue origini; il padre è un aristocratico rom ungherese naturalizzato francese- già durante il suo mandato al Ministero dell’Interno nei governi Raffarin e de Villepin, ha prontamente cavalcato un’ostilità diffusa nel paese al fine di recuperare consensi a destra, ‘rivitalizzando’ così un mandato tutto sommato deludente e infangato dallo scandalo Bettencourt. Nel giro di poche ore ha convocato un vertice speciale per affrontare “i problemi di sicurezza che pongono i comportamenti inaccettabili di alcuni nomadi e rom”, i quali, sempre secondo Sarkò e il suo entourage, non fanno “nulla per integrarsi”. Un vero e proprio attacco alla comunità rom in quanto tale, una stigmatizzazione dell’etnia in toto in stile Le Pen, a cui ha fatto seguito l’ordine di smantellamento di 300 campi (la metà di quelli presenti in territorio francese) entro settembre e l’espulsione di tutti nomadi colpevoli di qualsivoglia reato. A nulla sono valsi i moniti del Vaticano (“giusto accogliere diversità umane”, il messaggio di Benedetto XVI nell’Angelus di domenica 22 agosto), l’indignazione di Romania e Bulgaria e i richiami ufficiali dell’Unione Europea, che ha intimato Parigi di “rispettare le regole sulla libera circolazione e residenza dei cittadini europei”. I rimpatri volontari, così chiamati perché i circa 700 nomadi che rientreranno in Romania e Bulgaria lo faranno su “base volontaria” e previa riscossione di 300 euro (100 per i minori), sono partiti nonostante tutto e tutti.
Espulsioni inutili- Certo, l’Eliseo si è avvalso di una direttiva che prevede la possibilità di rimpatriare quei cittadini comunitari che non abbiano i requisiti per vivere in un altro Paese membro: reddito minimo, adeguata dimora e non essere a carico dei servizi sociali. Ma la misura adottata Oltralpe fa acqua da tutte le parti. E’ persino fin troppo evidente come le centinaia di romeni e bulgari espatriati potranno tranquillamente rientrare in suolo francese in qualsiasi momento, essendo di fatto cittadini dell’Unione Europea dal 2007. Magari utilizzando proprio i 300 euro generosamente versati da Parigi. Potranno rimanervi privi di visto e soggiornarvi fino a tre mesi, senza stabile residenza né alcuna ragione di lavoro o studio, per poi finire relegati nuovamente nella clandestinità.
Palla a Bruxelles- La questione rom, un profondo problema d’integrazione socio-culturale, non è mai stato definitivamente risolto da Bucarest e Sofia, paesi usciti con fatica da 50 anni di comunismo. L’UE ha commesso il gravissimo errore di sottovalutarlo, perpetrando quello che è ormai un vizio ricorrente: la mancanza di una linea politica comune sui temi più delicati e scottanti quali immigrazione e integrazione. Ora la bomba è esplosa. E, se un leader moderato come Sarkozy arriva a stigmatizzare un’intera etnia, raccogliendo per altro il plauso di numerosi altri politici, è sensato affermare che il rischio di derive xenofobe è fortissimo. Non saranno certo un pugno di espulsioni “pagate”, un’iniziativa populista e un palliativo a dipanare il nodo della matassa. Ora la palla passa a Bruxelles, nella speranza che, seppur in colpevole ritardo, si arrivi ad una soluzione “cum grano salis”.
Polonia sempre più europea con Komorowski
La Polonia si lega sempre di più all’Europa. Dopo aver nominato nel 2007 un premier filoeuropeo come Donald Tusk, il popolo polacco ha confermato nelle elezioni presidenziali anticipate dello scorso 4 luglio la sua voglia di Europa, tolleranza e laicizzazione, scegliendo Bronislaw Komorowski come nuovo presidente della repubblica. Il candidato liberale di Platforma Obywatelska (Piattaforma Civica; PO) ha infatti sconfitto, dopo un serrato ballottaggio, il rivale nazionalista di Legge e Giustizia (PIS) Jaroslaw Kaczynski ottenendo il 53% dei voti.
La vittoria di Komorowski -data per scontata qualora le elezioni si fossero svolte regolarmente ad ottobre e strappata invece con molta più fatica (al primo turno il vantaggio del neopresidente era soltanto di 5 punti)- apre un nuovo corso politico per la Polonia. Varsavia potrà uscire dall’irritante e controproducente impasse degli ultimi anni, caratterizzata dal continuo scontro tra la presidenza della repubblica detenuta dal PIS e il governo di PO. Il veto imposto dal defunto presidente Lech Kaczynski alle riforme proposte dal premier era infatti una prassi ricorrente, un’infausta ricorrenza che ha bloccato a lungo il processo di modernizzazione del paese.
Ora lo scenario muta radicalmente. Komorowski, il favorito dell’elettorato urbano, degli intellettuali e (logicamente) dell’Unione Europea, potrà proseguire la linea intrapresa dal leader e collega di partito Tusk, aprendo il paese ancora di più verso Berlino, Mosca e Bruxelles. Potrà finalmente dar vita alle riforme necessarie alla nazione più dinamica dell’Est europeo e del continente in toto, dato che nel 2009 la Polonia è stata l’unico paese dell’Unione a registrare un aumento del prodotto interno lordo. Il pacato conte di nobili origini, ex dissidente del regime sovietico (opposizione che gli costò sette mesi di reclusione) e fermo difensore della Costituzione, entrato nel Parlamento nel 1991 e presidente della camera bassa dal 2007, è chiamato quindi ad una sfida importante. Ha su di sé gli occhi di un’Europa intera che si fida di lui e punta forte sul boom economico polacco, una rarità di questi tempi. Inoltre, dovrà dimostrare alla sua gente che l’euroscetticismo e conservatorismo dei rivali è controproducente sia economicamente che politicamente.
I propositi di Jaroslaw Kaczynski, gemello del presidente morto nel tragico incidente aereo di Smolensk dello scorso aprile, vanno invece in fumo. Il candidato sconfitto aveva annunciato di voler proseguire la linea intrapresa da Lech: ovvero, una politica di duro scetticismo verso l’Ue, gelo verso la Russia e intolleranza nei confronti di gay e altre minoranze. Ma se l’emozione causata dalla catastrofe, il suo sfondo storico – Lech Kaczynski si stava recando a Katyn a rendere omaggio ai 22mila ufficiali polacchi assassinati dalla Nkvd (la polizia segreta sovietica) durante la seconda guerra mondiale – e l’appoggio della Chiesa cattolica sono serviti a recuperare tantissimo terreno (in caso di elezioni regolari ad ottobre, Komorowski era dato vincitore al primo turno con oltre il 50% dei consensi), non sono bastati a garantire la vittoria al leader conservatore. Che, in barba all’appello “al senso d’unità nazionale” richiamato da quel cultore del compromesso qual è Komorowski, starà già meditando la rivincita nelle prossime amministrative di autunno e nelle politiche del 2011. Nel frattempo, però, tra i volti distesi di tutta Europa, la Polonia prosegue spedita verso la strada della laicizzazione ed europeizzazione.
