Storia della Chiesa Contemporanea

Dalla Rivoluzione francese a Giovanni Paolo II tutta la storia della Chiesa, del Vaticano e del cattolicesimo contemporaneo. L’antimodernismo, i Patti lateranensi e l’alleanza col fascismo, la (parziale) svolta del Concilio Vaticano II e la controversa figura di Pio XII

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Sulla base degli studi su nuove fonti degli Archivi vaticani, viene analizzato il complesso rapporto tra Vaticano e Terzo Reich tra le due guerre, con un occhio di riguardo sul ‘modus operandi’ di Pio XII, una delle figure più discusse del secolo scorso.

Dalla rivoluzione francese al Sillabo

Città del Vaticano oggi

La storia del cattolicesimo in età contemporanea, fino al concilio Vaticano II, si muove ancora nei parametri della Controriforma. A partire dalla Rivoluzione francese il processo di secolarizzazione della società e di laicizzazione dello stato vengono interpretati come l’attuazione di un progetto satanico volto a scristianizzare il mondo. Ed è proprio in quest’ottica che la chiesa agirà tra Ottocento e Novecento. I primi provvedimenti dell’Assemblea nazionale costituente intesero razionalizzare gli intrecci stato-istituzione ecclesiastica oramai obsoleti; la proclamazione della libertà religiosa e l’abrogazione del valore legale dei voti religiosi spingevano invece verso la laicizzazione statale. Questi interventi, la soppressione delle decime e l’incamerazione dei beni della chiesa non incontrarono grande opposizione. La spaccatura ci fu invece con la costituzione civile del clero (1790),che adeguava le circoscrizioni ecclesiastiche a quelle dipartimentali e introduceva l’elezione popolare di vescovi e parroci. Il clero doveva prestare giuramento alla nuova legge e si divise in due parti, costituzionalisti e refrattari. Pio VI appoggiò quest’ultimi e rifiutò i principi di libertà, uguaglianza e sovranità popolare, richiedendo un intervento contro la Francia. I cattolici si identificarono con i monarchici borbonici e furono repressi in Vandea dai montagnardi, che produssero un’ondata scristianizzatrice senza eguali (separazione stato-chiesa, chiusura chiese, nuovo culto civile). Successivamente risultò impossibile rinunciare ad una base religiosa per la vita collettiva; Napoleone usò invece la mano pesante conquistando lo Stato Pontificio e imprigionando papa Pio VI (repubblica giacobina romana, 1798). Bonaparte però voleva riunire le due chiese cattoliche per aumentare il suo consenso e per far ciò si accordò con Pio VII. Accettando un assetto politico fondato sui principi della rivoluzione e sul controllo statale dell’istruzione, la chiesa ottenne la restaurazione del culto pubblico e l’istituzione canonica dei vescovi (1801). Presto però Bonaparte e il papa entrarono ancora in conflitto per il rifiuto pontificio ad aderire al blocco continentale contro l’Inghilterra. Nonostante la nuova soppressione dello stato pontificio, la linea papale prevalse grazie all’appoggio vescovile e alle sconfitte militari del generale corso: scomparì così la chiesa imperiale, dopo l’ultimo tentativo col concilio di Parigi (1811).

Dopo il congresso di Vienna (1815) si affermarono tre orientamenti in seno alla chiesa. Il primo voleva tornare all’alleanza trono-altare tipica dell’ancien regime, recuperando gli antichi privilegi. La corrente più radicale, controrivoluzionaria (Maistre, Bonald), puntava ad un ritorno al medioevo  teocratico, cancellando l’evo moderno portatore di secolarizzazione e laicizzazione. La terza corrente era quella cattolico-liberale (giornale L’Avenir; partecipazione a liberazione del Belgio,1830): la chiesa non doveva contrapporsi alla costruzione di stati ad ordinamento liberal-costituzionale perché i valori di fondo erano compatibili con la fede cristiana. Inoltre, sosteneva questa corrente, il rischio di perder il contatto con gli uomini del presente; lo stato avrebbe poi favorito il cattolicesimo nella vita civile. Leone XII e Gregorio XVI ebbero un orientamento passatista e assunsero un atteggiamento negativo verso i tentativi di popolazioni cattoliche di raggiungere l’indipendenza, allargando così il divario tra Roma e l’opinione pubblica. La volontà di un ritorno al medioevo si espresse anche nella reintroduzione della liturgia e dell’arte sacra di quell’epoca. Con Pio IX la chiesa sembrò allearsi alle popolazioni rivoltose durante i moti insurrezionali, ma lo spettro del comunismo, fautore di un violento mutamento sociale, bloccò questo processo. L’indipendenza nazionale italiana con la fine dello stato pontificio (“libera chiesa in libero stato”) confermò la tesi intransigente, secondo la quale sin dalla Riforma era in atto un progetto di distruzione della cattolicità e del papato.

Il Sillabo

Prevalse così questa linea negli ambienti pontifici che fu ribadita dalla redazione del Sillabo (Ferretti, Bilio,1864): in 80 proposizioni censurate venivano condannati moltissimi aspetti del mondo moderno. Oltre a ribadire il “salutare” dominio che la chiesa dovrebbe esercitare su popoli e nazioni, erano condannati diversi presupposti filosofici del liberalismo (panteismo,razionalismo) e tutto il socialismo, alcuni principi di etica morale, l’accettazione della libertà di culto, pensiero e stampa, la non presenza del cattolicesimo come unica religione di stato e l’eventualità di una riconciliazione col mondo moderno. In alcuni ambienti cattolici si cercò di moderare le proposizioni del Sillabo (tesi-ipotesi di Curci, si poteva accettare separazione chiesa-stato, libertà religiosa, democrazia) e questa linea fu sposata da Leone XIII. Nel 1889 vennero create le conferenze episcopali regionali e fu promosso l’associazionismo laico a scopi politici, perché solo attraverso la politica si poteva ricostruire uno stato cristiano e difendere gli interessi della chiesa. Queste associazioni avevano degli aspetti in comune: la dipendenza dalla direzione ecclesiastica, la costruzione nei rispettivi ambiti di società cattoliche, l’uso di diritti dello stato moderno senza aderire però ad essi. Pio IX convocò anche un concilio ecumenico (senza autorità civili), il Vaticano I (1869), in cui per la prima volta non fu necessario raggiungere l’unanimità per le delibere, mentre il regolamento fu redatto dal solo pontefice. Il concilio portò più problemi che risultati, come il mini scisma con i “Vecchi cattolici” riguardante la proclamazione dell’infallibilità papale su fede e costumi, e allo scontro con Bismarck.

Nella chiesa ottocentesca si puntò anche alla politicizzazione della pratiche di pietà e devozionali. Nacquero i congressi eucaristici internazionali e si sviluppò una corrente devozionale nei confronti del papa, che indiceva numerosi giubilei. Fu introdotto il culto all’Immacolata concezione di Maria (1854), che doveva garantire la stessa protezione offerta a Lepanto contro i turchi nella “guerra” ai nuovi nemici moderni liberali: la società senza la sua grazia redentrice poteva soltanto andar incontro al disastro. Fu rilanciato il rosario e il culto del Sacro cuore, tutti in funzione politica di costruzione di uno stato e società cattolici. Eclatante fu il tentativo di costruzione di una repubblica del Sacro cuore in Ecuador e il tema della regalità sociale di Cristo Re (Benedetto XV e Pio IX) di cui tutti gli stati avrebbero dovuto riconoscere la sovranità (indirettamente quella  papale). La chiesa dovette reagire anche alla crescente “questione sociale” dell’epoca, con l’inurbamento di massa e il crescente pauperismo, a cui non poteva più rispondere con l’elemosina e gli istituti di beneficenza. Ci furono tre diverse correnti di risposta a questi problemi. La prima, tradizionalista, individuava nel ritorno alle corporazioni medievali la soluzione giusta. La seconda voleva trasformare queste corporazioni in veri e propri sindacati di categoria (Ketteler); la terza (Chievrier) proponeva una profonda condivisione della situazione economica dei proletari attraverso l’accettazione della loro condizione.

L’enciclica Rerum Novarum

Leone XIII intervenì con l’enciclica “Rerum novarum” nel 1891. Contro i socialisti rivendicò l’intangibilità della proprietà privata, contro i liberali invocò un intervento statale per la promulgazione di una legislazione tutelativa dei gruppi sociali più deboli e la fissazione di un minimo salariale; sollecitò i cattolici a creare associazioni a carattere confessionale poiché solo la chiesa poteva risolvere i problemi sociali: l’azione sociale dei cattolici inseriva la promozione umana dei diseredati in un complessivo disegno ierocratico. La reazione provocò la nascita di movimenti politici di “democrazia cristiana” di cui Pio X cercò di limitare la politicizzazione, soprattutto dove erano compresi i protestanti; nel 1929 fu riconosciuta la partecipazione cattolica ai sindacati.

La causa motrice della grande trasformazione economica e sociale sfavorevole alla chiesa dell’Ottocento, era ritenuta l’emancipazione e libertà ottenuta dagli ebrei dopo il 1789. Mal visti per il loro peso finanziario, gli ebrei divennero il simbolo della modernità da combattere, i protagonisti occulti della grande “cospirazione anticlericale” in atto sin dai tempi della Riforma luterana. A rafforzare questa convinzione vi era il famosissimo falso, i “Protocolli dei savi anziani di Sion” e l”affaire Dreyfus”, in cui l’antisemitismo venne usato per indirizzare l’opinione pubblica cattolica a favore del nazionalismo militarista. L’atteggiamento papale fu sempre molto ambiguo, condannando da un lato il razzismo biologico ma appoggiando la politica del ghetto e della discriminazione politica e sociale (ad esempio, il Sant’Ufficio si accanì contro la società “amici di Israele”, 1928). In connessione all’affermazione della cultura intransigente, che intendeva mostrare la capacità della chiesa di estendersi su tutti i popoli, vi fu una ripresa dello slancio missionario. Per questo sorsero nuovi ordini religiosi missionari, e Gregorio XVI cercò di limitare i conflitti tra questi e la gerarchia episcopale. Un’altro problema era quello legato al conflitto d’interesse tra l’attività missionaria e la presenza politico-militare: noto era il contrasto sul “patronato” secondo cui i governi ispano-portoghese nominavano i vicari apostolici. La politica missionaria di Leone XIII fu imperniata invece sull’equazione cattolicesimo-civiltà, promuovendo l’antischiavismo e richiedendo il riconoscimento del potere pontificio sulla propagazione della fede: il modello ecclesiale romano doveva essere trasportato tale e quale nelle colonie. La chiesa riconosceva poi come legittimi solo quei poteri locali pubblici che garantissero l’espansione missionaria, mentre diventava invece doveroso rovesciarli quando la penetrazione veniva ostacolata. Favorendo la ricostituzione di un’universale società cristiana, indirettamente s’approvava l’espansione coloniale.

Nella crisi del Novecento

L’archivio segreto

Tra 1800 e 1900 scaturì un’esigenza di rinnovamento perché lo schema intransigente non sembrava più adeguato a dar le giuste risposte. Questa fu la crisi modernista, a cui alcuni settori cattolici risposero con l’irrigidimento (integrismo) che allargò la frattura tra chiesa e società contemporanea. Detonatore della crisi modernista fu lo sviluppo dei metodi per l’indagine critica applicati al campo degli studi religiosi. Leone XIII favorì questi studi (apertura dell’Archivio segreto vaticano,1883) mantenendoli però in un complessivo disegno apologetico;vi era comunque una fortissima esigenza di rinnovamento che si volse a tre tematiche: l’applicazione del metodo storico-critico nell’interpretazione dei testi biblici e la rivendicazione d’autonomia degli studi dal magistero, il superamento della scolastica tomistica in nome di una filosofia immanente, lo sganciamento dal controllo della gerarchia sulla presenza cattolica nella vita collettiva. Pio X (1903-14) con l’enciclica “Pascendi” avversò i modernisti, imponendogli una connotazione teologica unitaria (attribuendogli rivendicazioni non loro) e costringendoli quindi ad elaborarne una (“Il programma dei modernisti” di Buonaiuti, 1907). L’intervento pontificio favorì lo sviluppo dell’antimodernismo, che irrigidì lo schema intransigente (chiesa deve separarsi dalla storia poiché senza di essa non vi è civiltà; controllo sugli aderenti al modernismo). Pio X fece anche delle riforme “razionalizzanti”: creò un unico catechismo, riformò il breviario e il calendario, impose il canto gregoriano. Importante fu il riordino della curia romana, con la creazione della Congregazione dei sacramenti e della Congregazione della supervisione sui vescovi. Benedetto XV sistemò poi i problemi lasciati irrisolti. Nel 1904 formulò un codice unitario per tutta la chiesa e il suo stato (“Arduum sane munus“), che rappresentava la societas perfecta. Anche qui Benedetto XV perfezionò la sua opera pubblicando il Codex juris canonici (1917) che regolamentò tutta la vita ecclesiale e abrogò tutte le leggi contrarie alla nuova disciplina.
Allo scoppio della Grande Guerra, Benedetto XV individuò le ragioni del conflitto nel castigo divino inviato ad una società moderna che si rifiutava di conformarsi al cristianesimo, e nella mancata adesione umana ai principi evangelici. La multiforme opera di conciliazione, umanitaria ed assistenziale di fronte a questa tragedia,va letta come la volontà di assurgere a suprema autorità sociale, nell’ottica del disegno ierocratico medievale. La chiesa fu impossibilitata a schierarsi con uno dei due campi, poiché in entrambi vi erano dei cattolici: tutti s’impegnavano a costruire nel dopoguerra uno stato con caratteri cattolici (“sano nazionalismo”) e si rinfacciavano l’origine degli “errori” moderni (tedeschi per Lutero; francesi per Rivoluzione). In questo clima di generale legittimazione del conflitto ogni appello alla pace fu vano.

Nel dopoguerra la chiesa riconobbe la S.D.N. e nacquero associazioni pacifiste, che abolivano il concetto di “guerra giusta”: con gli armamenti moderni la guerra non poteva più rientrare nell’etica cattolica. La chiesa tuttavia si riservò il diritto di dichiarare la liceità di un conflitto. La cultura intransigente aveva accentuato alcuni elementi che favorirono l’incontro tra la chiesa e i fascismi: la negazione di qualsiasi forma di diversità rispetto all’unità politico-religiosa che si realizzava in una società ideologicamente compatta, il richiamo ad un ordinamento politico gerarchico che cancellava i diritti derivanti dalla Rivoluzione francese, l’organizzazione corporativa del lavoro e l’avversione al comunismo. Il raggiungimento del regno sociale di Cristo propugnato da Pio XI si coniugava bene alla sacralizzazione del politico di questi movimenti. Ben presto la chiesa trovò un accordo col fascismo italiano, che sin dalla presa del potere aveva accolto tante istanze ecclesiastiche e riteneva il cattolicesimo una componente fondamentale per la grandezza della nazione.

Pio XII e Mussolini firmano i Patti Lateranensi

Conseguentemente sconfessò il Partito popolare, osteggiato per il suo carattere aconfessionale, e firmò i Patti Lateranensi (1929), che le garantivano il riconoscimento di Città del Vaticano e del cattolicesimo quale religione di stato, ampie sovvenzioni finanziarie, privilegi sulla legislazione matrimoniale, educativa, giurisdizionale. L’appoggio al fascismo fu manifestato anche durante la guerra d’Etiopia e il secondo conflitto mondiale. Anche in Spagna il nesso intercorrente tra vittoria nazionalista e restaurazione cattolica (distruzione modernità politica e sociale) portò all’alleanza tra franchisti e cattolici durante la guerra civile (anche il violento anticlericalismo di sinistra spinse in questa direzione) fino al concordato del 1953. Inizialmente ci fu un accordo anche col nazismo tedesco di cui però non si approvava il fanatismo razziale e il neopaganesimo; Pio XI condannò la divinizzazione della razza e dello stato, nonché la negazione della morale universale (Pio XII cercò lo stesso un accordo). La questione razziale mostrò i punti in comune tra i regimi autoritari e la chiesa: entrambi attribuivano l’origine di tutti i mali sociali agli ebrei. Infatti la chiesa non si oppose alle leggi razziali e Pio XII appoggiò il provvedimento di esclusione degli ebrei nella Francia di Vichy. Il silenzio di fronte al genocidio ebreo si può spiegare con il timore di mali peggiori nei confronti della chiesa e sulla volontà di tutelare i cattolici. A determinare il silenzio di Pacelli sulle atrocità naziste giocava la convinzione che, essendo tutti gli uomini responsabili della secolarizzazione (causa della guerra), la chiesa non doveva discernere le responsabilità delle tragedie che vi si compivano. La chiesa, con i suoi interventi di mediazione e di assistenza, doveva solo richiamare gli uomini a combattere per tornare all’ordine sociale cristiano, l’unico su cui fondare una degna vita collettiva.

Nel dopoguerra il papa accettò la democrazia e i diritti politici e civili di ogni uomo; la tradizionale avversione al comunismo lo allineò, all’inizio della guerra fredda, al blocco occidentale. Pio XII sostenne ancora la teoria della “guerra giusta” in caso di attacco, e propose un eventuale crociata contro il comunismo. Pur essendo filo-occidentale ribadì la condanna alla visione meccanicistica ed economicista ,che senza i valori cristiani mai avrebbe vinto la sua lotta contro il comunismo. In campo politico favorì decisamente l’ascesa della Democrazia cristiana al potere e l’instaurazione della repubblica, anche se l’immischiamento con la società capitalista rendeva impossibile la creazione di una società cristiana. In questo modo non si distingueva più la civiltà cristiana con quella occidentale, spingendo le classi povere verso il comunismo. I limiti dell’orientamento del Pacelli sono evidenti anche nelle condanne alla “nouvelle theologie” che voleva solamente rinnovare la teologia e aprire gli studi religiosi ai metodi contemporanei. Egli promosse la politicizzazione della pietà mariana e autorizzò l’uso delle lingue volgari nelle messe (nascita Opus dei nel 1928). La chiesa provvide ad una ristrutturazione del movimento cattolico italiano nel 1923 (ACI) sottoponendo l’apostolato laicale alla S.Sede. L’organizzazione fu divisa in 4 rami e doveva occuparsi di questioni temporali che avevano risvolti sul piano religioso e morale (“riconquista della società” contro tendenze secolarizzatrici).Vennero create anche organizzazioni specifiche per gruppi sociali omogenei (contadini,operai,studenti,..). Interessante fu l’opera dei preti-operai in Francia che condividevano, oltre alla vita, anche le lotte dei lavoratori; la loro adesione ai sindacati marxisti provocò il loro ritiro dalle fabbriche (1954). L’Azione Cattolica conobbe il suo apogeo negli anni cinquanta dove iniziò però la sua crisi; il compito politico di ricostituzione della società cristiana era reso impossibile dalla mancanza di autonomia decisionale ribadita da Pio XII.

Nella politica missionaria si verificarono due importanti mutamenti con il “Maximum illud” di Benedetto XV(1919): la formazione del clero indigeno doveva portare alla assunzione (di quest’ultimo) delle responsabilità di governo delle proprie comunità, e il richiamo ai missionari che tutelavano gli interessi politici della loro nazione di provenienza. La linea di sganciamento delle missioni dalla presenza politica nei paesi coloniali proseguì con Pio XI, che accolse anche la proposta del Costantini di utilizzare l’arte sacra indigena nelle chiese delle colonie. Pio XII propose inoltre l’adattamento della religione cattolica alle culture locali, e appoggiò la decolonizzazione. Sosteneva però di evitare il comunismo e il nazionalismo, invitando al raggiungimento dell’indipendenza in collaborazione con gli stati europei e alla costruzione di un ordine sociale ispirato ai principi della chiesa: ciò costituì un ostacolo ad una larga accettazione del cattolicesimo.

Concilio e post-concilio: tra svolta e continuità

Lo storico Concilio Vaticano II

Il pontificato di Giovanni XXIII (1958-63) segnò una svolta negli orientamenti del papato. La questione dei preti operai giunse a conclusione, fu ribadito l’uso del latino nella messa, ma soprattutto vi fu una presa di distanza dalle competizioni politiche. Abbandonando le tradizionali rivendicazioni di vantaggi e poteri accentuò il ruolo spirituale della chiesa; ricevette il primate anglicano e benedì gli ebrei (1960-62).Con l’enciclica “Pacem in terris” (1963) poneva fine al concetto di guerra giusta, dichiarandola improponibile nell’era atomica. L’evento più importante fu la convocazione del concilio Vaticano II (1959), nato per superare le nostalgie passatiste e creare una dottrina più “contemporanea”. Il papa agì in sintonia con il concilio, e così fece anche il suo successore Paolo VI; i mass-media seguirono con grande attenzione il concilio ed esercitarono pressione. Il concilio segnò alcune svolte significative: riconoscimento dei metodi critici nell’esegesi scientifica dei testi biblici e centralità della Scrittura nella vita ecclesiale; valore comunitario dell’azione liturgica tramite l’uso delle lingue volgari; integrazione della monarchia papale con la collegialità episcopale nel governo ecclesiastico; disimpegno dalla politica e fine del disegno ierocratico; riconoscimento dell’esistenza di valori positivi nelle altre religioni; libertà religiosa e fine dell’antisemitismo. I progressisti non furono soddisfatti dei risultati ottenuti mentre gli integristi vedevano nel concilio una deviazione eretica della dottrina. Giovanni Paolo II sostenne che l’interpretazione giusta andava fatta alla luce della tradizione, e rafforzò gli aspetti tipicamente post-tridentini (canonizzazioni,devozioni,..). Il concilio diede la possibilità di una ricezione “personale” delle proprie direttive e per questo valorizzò le conferenze episcopali. Nel post-concilio si sviluppò una maggior articolazione dell’unica chiesa in una pluralità di chiese.

Nell’America Latina con diverse conferenze episcopali (la prima nel 1968 a Medellin) furono condannate la rivoluzione e la dittatura, mentre fu promossa la condivisione della condizione dei poveri: solo migliorando la loro situazione il messaggio evangelico avrebbe potuto far presa su di loro (teologia della liberazione). Analogamente in Asia e Africa le direttive conciliari furono adattate alle esigenze locali: oltre alla lotta alla povertà, furono introdotti riti e simboli indigeni nella liturgia, e fu elaborato il criterio della “doppia fedeltà” (mantenere il proprio credo insieme alla fede cattolica). Secondo alcuni studiosi l’atteggiamento di fondo della chiesa non cambiò nella sostanza, mantenendosi fedele allo schema intransigente; altri invece sostengono che vi sia stato un vero rinnovamento post-conciliare. Paolo VI tenne un atteggiamento ambiguo sul tema della dottrina sociale, sostenendo prima che la chiesa possedeva una visione globale dell’umanità,  poi che ogni comunità cristiana doveva elaborare la propria a seconda della loro concreta situazione. Giovanni Paolo II reintrodusse la “dottrina sociale” della chiesa, proponendola come terza via in opposizione a liberalismo e socialismo. L’orientamento rimase quindi tradizionale, con la volontà pontificia di plasmare a sua immagine i diritti umani. Ambiguità rimase anche sul tema della pace: nonostante i tanti appelli ad essa, si rivendicava ancora la liceità della guerra di legittima difesa (creazione Giornata mondiale per la pace, 1967). Per Giovanni Paolo II l’uomo cerca la pace ma non può raggiungerla; egli auspicava la riunificazione delle chiese cristiane e la ricerca sugli “errori” della chiesa del passato. Nonostante importante innovazioni, la linea intransigente e la lotta alla secolarizzazione costituiscono ancora oggi gli obiettivi del magistero romano.